San Domenico

Contenuto

greca
San Domenico

San Domenico

Giacinto Borsella (1770-1856)
Meno vetusta di questi ultimi tempii è la Chiesa di S. Domenico, surta un secolo e mezzo dopo. Epperò cose meno ragguardevoli noi rinverremo, comecchè quanto più si approssima la morte e fiacca età che viviamo, tanto più i patrii monumenti vanno scemando di splendore, di magnificenza e d’immensità. Molte e malaugurate ragioni esplicano questo fatto; ma per noi ora è bello il tacerle. Anche perché ne svieremmo dal nostro proposto di osservare il tempio di S. Domenico, che imprenderemo a descrivere partitamente. Entrato in Chiesa sopra la porta vedesi un quadro di S. Raimondo con due chiavi nella destra, allusivamente all’ufficio di gran penitenziere di cui venne decorato da Gregorio IX. Ai fianchi della entrata sono allogate le due fonti dell’acqua benedetta di marmo piombino con spalliere di altri marmi di vario colore avendo in mezzo lo stemma di S. Domenico cioè un leggiadretto cane con torcia accesa in bocca che sta su di un libro. Un giglio ed una palma intersecati fra loro [in una corona], si ergono in testa del cane, ed una stella corona i due festoni.
La nave della Chiesa, ben lunga, ed ampia è tramezzata da marmorea balaustra di buona forma, sonovi cinque altari inclusovi il maggiore, tutti composti di fini marmi, e tutti splendenti per delicati fregi, nelle fascie sovrapposte alla mensa, i cornicioni che poggiano negli architravi di ogni altare, sono curvi a forma di una S sporgenti un palmo e mezzo dal muro con cornici levigate a marmo bianco in mezzo dei quali son messi gli ovati di santi che rappresentano. Il pavimento luccica di verniciati mattoni al pari della cupola che copre il coro, fornita benanche al di fuori di lastrine color verde. Le volte sono ben solide, con fregi di stucco.
L’ordine architettonico è il Corinto. Il Taumaturgo di Callagora [San Domenico], il Ferreri, l’Aquinate e la Madonna del Rosario sono le tele degli stessi, ricinte tutte di cornici di marmi bianchi intarsiati di fregi rossi sicché spiccano oltremodo. I dipinti raccomandansi da loro, per la più fina morbidezza del pennello, e delle figure, e dei volti spiccati e gentili, nonché per la proprietà dei vestiti, degli atteggiamenti vivi e naturali, e per l’armonia dei colori e delle ombre. Sicché meritano elogio. A fianco portano gli emblemi delle famiglie a di cui divozione vennero eretti.
Nel primo quadro la Vergine col bambino sta sotto magnifico baldacchino, le di cui aste vengono sostenute da quattro Angioli. Nelle cinque bende che pendono in cima sono figurati i cinque misteri gloriosi, cioè la Resurrezione di nostro Signore, l’Ascenzione, la scesa dello Spirito Santo, l’Assunzione e la coronazione di Maria che fu l’opera portentosa di

Quei che vuol quanto può, può quanto vuole.
Mirò se stesso con amor più intenso
Nel formar sue dolcezze al mondo sole
E al vago spirto di sua luce accenso
Die’ quel viso leggiadro, in cui traspare
Sua Bontà, suo valor, suo zelo immenso.

Cosi il Filicaja nell’ultima sua canzone alla vergine. Le sta accanto S. Domenico, che riceve da Lei il rosario, e S. Agnese di Monte Pulciano, monaca dell’ordine. Nel l’opposto lato S. Caterina da Siena, col cuore in mano coronata di spine. Quindi S. Rosa da Lima col giglio di purità, a cui il Bambino impone sul capo un serto di fresche rose. Diresti esser questa opera leggiadra di Luca Giordano, famoso per le sue preziose tele di Chiesa. [1]
L’ovato in cima è S. Antonino Patriarca di Firenze con in mano una borsa di monete, onde esprimere la profusa di lui carità verso gli indigenti. Succede di poi l’Angelo delle scuole, S. Tommaso col sole in petto, genuflesso innanzi ad un altarino in atto di suppliche verso G. C., spiccando anche in questa tela un quadretto dell’Annunziata. Alle spalle del Santo Dottore vedesi il Pontefice, Pio V prostrato avanti altro Crocifisso. Dalla bocca del primo escono quelle sante parole «Bene de me scripsisti Thoma.» L’ovato in cima è S. Caterina dei [Ricci] domenicana, che abbraccia il crocifisso. Il terzo altare è dedicato a S. Vincenzo Ferreri fornito di grandi ali spiegate con accesa fiammella sul capo. Vien circondato da quattordici persone di diverso sesso, in atto di chiedergli grazia per la guarigione dei rispettivi malori. Fra questo gruppo dì supplici meritano attenzione una donna col figlio in grembo in atto di offrirglielo: e due vegliardi con le mani protese onde ricevere la guarigione dei loro acciacchi. Due angeli inoltre che scendon dall’alto con le trombe, dinotan la predicazione, e due Serafini compion le figure del ragguardevole dipinto. Nell’ovato di questo terzo altare viene significato S. Pietre Gonzalez, avente a destra una barchetta, protettore dei naviganti, onde a giusto titolo vien appellato S. Elmo. Nell’ultimo quadro la Vergine tiene spiegato il ritratto di S. Domenico, con la Bibbia nella destra e col giglio alla sinistra. Da un lato S. Maria Maddalena scarmigliata in lunghe trecce d’oro, tiene il vasello del prezioso unguento. Dall’altro S. Pietro Martire trafitto il petto da una spada, ai di cui piedi un angelo con daga onde vennegli diviso il cranio. Nonché S. Caterina vergine e martire, con la palma del martirio e con la corona di gloria in testa. Finalmente S. Giacinto ornato di lunga stola, con la sacra pisside alla destra, tenendo stretta nella sinistra una statuetta della Vergine col suo divin figliuolo in seno. L’ovato offre S. Ludovico Bertrando, contro cui essendosi dagl’infedeli (presso ai quali stava a predicare) scagliato un colpo di pistola, invece di uscir la palla dalla bocca dell’arme, uscinne un Crocifisso.
Le riferite tele basterebbero a render cospicua questa Chiesa. E se non fia tutto volgo, chiunque vi affisserà le pupille certamente rimarrebbe sorpreso a contemplare a parte a parte i fini delineamenti e le animate espressioni, le gioconde posizioni, i chiaroscuri tanto efficaci a far comparire di rilievo le figure e la gradazione della luce in quelle forme divine. Per lo che ogni opera eseguita con le buone regole che s’insegnano della perfetta prospettiva, muovendo grazie e bellezze, che attirano straordinariamente l’attenzione diviene a ragione la magia de’ cuori. E che veramente varrebbe una pittura senza questo incantesimo? Opera di ogni eloquenza e di diletto priva e muta. Invano i genii della pittura e della scultura giunti sarebbero a tanta perfezione, se non si ispiravano nella lettura principalmente delle sacre carte onde sotto tante leggiadre forme figurasi la Vergine, che ora è detta Verga Sacerdotale che fiorì senza radice; ora Vello di Gedeone, che trovasi bagnato senza pioggia, ora Porta Orientale che a niun altro mai fu aperto, ora si bella le cui guance vezzose superano la leggiadria che riluce nel collo delle tortorelle, e la splendidezza dei più ricchi monili con quant’altro vienlo elogiando particolarmente la cantica. Queste e simili immagini non fanno che fecondar la mente di celebri artisti, senza di che si consideri la risposta di quel pittore che interrogato chi fosse il suo maestro, digito populum ostendit, sentiens se ad multitudinis iudicium, pingere, et observantem quid quisque probaret aut improbaret, artem fuisse consecutam. Locché praticar solea quell’Apelle che nell’esporre alla pubblica veduta i suoi quadri, post tabulam latitans auscultabat spectantium censuras, avveniva allora ciò che Dante dicea:

Io non la vidi tante volte ancora
Che non scoprissi in lei nuova bellezza.

Il coro costa di ventisei stalli superiori, oltre il medio per lo Priore, con poggiuoli falcati avendo alle spalliere dei quadretti, fregiato ognuno nel mezzo con varie figure di stelle capricciose. Le fascie che il fiancheggiano, contengono leoni, grifoni, scimmie, draghi e simili mostri, tutti alati in guise diverse. Il second’ordine degli stalli ne contiene diciotto, anche falcati, e con appoggi laterali, e forniti egualmente di fiere, come l’altro. Il cornicione è magnifico, intagliato vanamente con rabeschi fantastici. Nel mezzo del coro, avvii il sepolcro marmoreo della casa Del Balzo, col busto di Francesco anche di marmo nella sagrestia, col titolo seguente:
Francisco ex avito ac preclaro maiorum suorum
Genere de Baucio in insignis gentilitus sidere indicato
Magno Regni Neapolitani Equitum Comiti
Ac Andriensium Duci amantissimo Almo Guglielmi
de Baucio et Antoniæ Brunforte Vigi
liarum Comitis figlio Francisci vero avi sui
Eiusque coniugis Svevæ Ursinæ Nepoti
dignissimo Pyrrhi autem Altamurentium
Principis ac Venusiorum Ducis Engeberti
etiam Noiæ et Antoniæ S. Severinæ
Comitum parenti optimo. Quod exurviarum
suarum celetum in subiecta Heic Arca
reconditum Ex benevolentia sua Huic
Ordinis FF. Prædicatorum Familiæ testamento
reliquerit aliaque beneficia contulerit
Quum diem extremum obiit Anno Reparatæ
Salutis 1482 ætatis vero suæ 72
Beneficentissimo Iusto ac Pio Principi eiusdem
Cœnobii grata familia una cum eius simulacro
supraposito in perenne monumentum iusta
Persolvens Hoc epitaphium apporli curavit.

A piè del presbitero osservasi una nicchia che contiene la statua della Vergine del Rosario col bambino sulla destra, lavorata alla greca, con la veste e manto tutto vagamente screziato di fiori d’oro pretto. Della cui bellezza non faremo lungo elogio onde non essere prolissi. Ci contenteremo accennare, che nell’insieme è ben degna di essere ammirata, come monumento del tempo antico, in cui venne formato.
Tornando agli altari, il maggiore tutto in marmo, elevasi su quattro gradini avendo negli opposti corni due serafini che sostengono i candelabri a forma di Cornucopii. La portellina del ciborio è simile a quella dell’altare del Rosario ai fianchi sono infisse due mensole con spalliera di marmo, non senza lo stemma di S. Domenico in cima.
Sul coro vi è l’organo con la sua orchestra, smaltato verde, scorniciato ad oro, con varii ornati.
Gli altari tutti hanno una costruzione elegante, e pregevole per li marmi che li decorano a fianco, ed in cima e per li varii ornati nel mezzo e in fronte. A piè dell’altare di S. Vincenzo vedesi in marmo il sepolcro della famiglia Spagnoletti con gli stemmi a fianco dell’altare, eretto a spese della stessa. Ecco la epigrafe:
Sebastianus Spagnoletti
Andriæ ac Iuvenacii Patricius
Iuris Consultissimus
Qui
Cristiana pietate ac morum probitate
Insignis
Publicus amicus carus suis
Certum pauperibus præsidium
Ut una urna sui ceneres matrisque
Quam civus coluit tegeret
Heic cum majoribus situs est
Vixit anno LV, menses IV, dies IX
Obiit die XXII Novembris
Anno Domini, MDLXXXII
Le armi della famiglia rappresentano un braccio armato di spada, con una stella; le stesse armi son rilevate anche sull’avello.
A piè dell’Altare di S. Domenico avvi altro sepolcro gentilizio della famiglia Tupputi pure in marmo con tale iscrizione:
Richardus ex clara Tupputiorum gente
Prognatus
Ut animæe suæ requiem
Divi Dominici præcibus impetret
In sacello gentilitio eidem Divo sacro
Sepulcrum sibi construxit
A. D. MDCXXXVII
Lo stemma indica un leone intersecato da una fascia che tiene le branche rivolte ad una palma, espresso tanto sul sepolcro, che ai fianchi dell’altare.
Nell’altare di S. Tommaso vi sono gli stemmi di S. Domenico, egualmente che ai fianchi dell’istesso, con la sepoltura dei Monaci. In quello del Rosario sono rilevati gli emblemi della Congrega che lo eresse una col sepolcro. In questo altare vi è il ciborio con portellina di argento dorata, e con la immagine del Redentore che ha la croce alle spalle.
A destra dell’entrata si venera in una nicchia di cristallo, contornata di marmi, la Madonna di Costantinopoli, ivi allogata, a divozione di Saverio Zotti di Andria.
A destra e sinistra del muro interno della facciata della Chiesa sono appese due pesanti croci di legno, dipinte coi misteri della passione le quali nelle processioni di penitenza del venerdì Santo sogliono portarsi sugli omeri dei fedeli recitando il miserere. Sulla porta che mena alla sagrestia scorgesi il ritratto parlante di Benedetto XIII, Pontefice della famiglia Orsini, e rimpetto lo stemma gentilizio dello stesso con quello di S. Domenico.
Nella sagrestia grandeggia un vetusto quadro, opera di provetto pennello, le cui ombre, e chiaroscuri, mostrano la valentia dell’artista. Rappresenta S. Pietro martire genuflesso mentre il manigoldo sta nelle mosse di scaricargli sul capo il tremendo colpo di una daga, che tien sospeso con ambo le mani. La rassegnata umiltà del santo Eroe e l’atroce sembiante del barbaro, con larga fascia di bianco lino in fronte, destano nell’animo opposti sensi di pietà e di sdegno. Dietro al fiero Ministro sta rannicchiato un fraticello, che insieme col Santo soffrì il martirio.
Fa stupore il contemplarsi con quanta imperturbabilità il Martire rivolto al manigoldo attende il colpo fatale, che chiamavalo a goder tantosto nella beata Sionne il guiderdone preparatogli dall’eterno. Tutto il fondo della tela in assai forte e cupo colorito eccita lo spirito, ed accresce il brivido della scena funesta. Certi guizzi di lume fra gli spizzi di scuro con tanto artificio pennellati, danno il maggiore risalto alle figure. E qui invitiamo il lettore a porgere l’orecchio alle parole scritte nella leggenda di questo campione della fede: In cuius glorioso agone duo nobis præcipue consideranda sunt: inderata videlicet. Tortoris sævitia Martyris invicta patientia, come accennavamo. Si sa poi di questo invitto Martire che violentato a rinnegar la fede di Cristo, anche dal suo genitore Manicheo, costantemente con animo risoluto rispondea: Credo in Deum, credo in Deum. Non possonsi senza raccapriccio, riandar i tormenti più atroci inflitti alla ineffabile fermezza dei sostenitori del Cristianesimo come vedemmo altrove. Nella vita di S. Pantaleone è scritto che predicando egli in Nicodemia la divina parola, sicché riduceva tanti e tanti gentili sotto il vessillo di G. C., saputosi dal crudo Diocleziano, immantinenti dispose che fosse allogato sul cavalletto, su cui torturato prima, quindi admotis ad eius corpis laminis candentibus cruciatus est. Quam tormentorum vim æquo ac forti animo ferens, ad extremum gladio percussus martirii coronam adeptus est.
Nella volta di detta sagrestia sono affissi quattro tele in figura ovale coi ritratti di Cristo all’orto, alla colonna, con la croce sulle spalle, e dell’Ecce Homo dipinti di non ordinario pennello. Sull’armadio, in cui conservansi le suppellettili sacre, sono esposti due ovati con vaghe dorate cornici. L’uno rappresenta S. Antonino Arcivescovo di Firenze col pastorale a due croci in una mano, avendo nell’altra una borsa di moneta per la esimia carità, da cui veniva acceso verso i poveri. Sull’abito spicca una fascia bianca a modo di scapolare, con tre croci nere. L’altro S. Ludovico Bertrand, della stessa religione dei PP. Predicatori, avendo un crocifisso sulle palme in atto di contemplarlo. Questa tela è ornata come l’altra. L’armadio suindicato a forma d’un mezzo parallelogrammo tutto di noce contiene varii tiratoi con nobile spalliera, contiene 14 quadretti, cioè 8 di faccia e 6 laterali, intarsiati nel mezzo di fiori e rabeschi, opera dell’ebanista andriese Giglio. E qui benanche nel muro scorgesi una nicchia con baule colorato verde, chiuso a chiave, contenente uno scheletro disseccato a modo di mummia con questa iscrizione. Hic iacet corpus serenissimi Duci Domini Francisci de Baucio, fundatoris ujus Conventus, aetatis 72 - 1482. Per la sua pietà si tenne, come si tiene, in conto di un beato. E affinché tutto corrispondesse alla proprietà del luogo ed all’uso, qui dietro è sito il lavamano costrutto a guisa d’un altarino tutto di marmi. La mensola è di color piombino, il davanti e i fianchi sono abbelliti di marmi cipollini fasciati a bianco, terminante con rilevato cartoccio. Nel mezzo spicca l’emblema di S. Domenico fiancheggiato da due teste di fiori.
Il frontespizio della porta maggiore è pur degno di osservazione. Sull’architrave è allogata seduta la Vergine del Rosario, dietro alla quale havvi una gran valva di conchiglia rotonda, tenendo in grembo il Figliuolo. Su di essa elevansi a semicerchio due cornici, l’una ritorta e l’altra dentata. A piè la seguente iscrizione: Cristiferi Mariæ Vergini Prædicatorum Ordinis Protectrici opus dicatum A. D. 1510. L’architrave è abbellito da tre cornici, la prima sporgente e le altre due a livello, tutte variamente dentellate; succede una gran fascia con tre festoni fronzuti, in forma di Lubbio; tramessovi quattro teste alate di angioletti. A fianco dell’architrave due colonne scanalate con capitelli diversi, l’uno porta due teste di cavallo opposte fra loro, e nel mezzo sorge un fiore con dei nastri. L’altro uno stelo intorno cui avvolgesi una vite pampinosa, anche con delle tenie. Nel piedistallo della prima scorgesi Adamo ed Eva sottoposti all'albero del bene e del male, nel di cui tronco vi è l’angue seduttore. Nell’altro piedistallo l’angelo che apparve al Divin Redentore nell’orto col calice nelle mani, lavori tutti di pietra.
Nell’altra porta messa a fianco del presbitero vi è sopra la statuetta del Patriarca dell’ordine che tiene alla destra un giglio ed una palma, ed a sinistra un libro aperto. A piedi il cane col torchio acceso in bocca, e stella in cima, ed alle spalle una specie di padiglione bianco. La statuetta messa nell’angolo formato da due cornici a mezza luna, sporgenti alla porta. Più in alto vedesi una nicchia, ove era annicchiata la impresa della religione, esistendovi solo le cornici.
Nel muro a lato di questa porta vi è l’altro stemma in pietra, che contiene un leone in piedi ed una stella raggiante innanzi, arma dei Bauci e degli Svevi.
Rimane che si parli del campanile, che si estolle a tre ordini, macchina eccelsa come quella della Chiesa di San Francesco. La cima della figura è un pero, e cinta da una balaustra a pilastrini, che rende l'opera più vistosa, e le logge di ogni ordine hanno le loro balaustre alla base. Sul cuspide è fissata una gran palla di bronzo, avendo sopra un cane col torchio acceso in bocca, che muovesi secondo il vento che spira. Ed onde nulla mancasse, allo stemma del Patriarca, nei lati del Campanile, accanto i rispettivi pilastri forniti di base e capitelli, sono rilevati delle grandi stelle colorite di nero, che osservansi anche da lontano. I lavori vennero diretti dall'architetto Ieva Domenico, germano dell’altro architetto Vito, che innalzò il campanile di S. Francesco, come già si disse, fornito come questo di pilastri e di balaustre nelle logge. Il cuspide del quale è fornito ancora di una palla di bronzo con in cima girevole bandieruola. Per chi l’ignora, notiamo che i campanili più considerevoli furono innalzati nel medioevo sino al secolo XVIII, ed alcuni godono di celebrità sia per rapporto alla loro elevatezza, sia per la singolarità delle forme, sia per la sveltezza onde si compongono. I campanili più semplici terminano con una guglia. Sul pinnacolo del campanile di S. Marco di Venezia tutto di marmo, vi è un angelo di bronzo movibile ad ogni vento.
E poiché la materia lo esige, direm pure qualche cosa delle campane. Esse in ogni tempo somministrarono ispirazioni di poesia. I monaci del medio evo ne fecero argomento di molti versi, fra i quali recheremo soltanto i seguenti:

En ego Campana nunquam denuntio vana.
Lancio Deum verum, plebem voco, congrego Clerum.
Defunctos plango, vivos voco, fulmina frango.
Vox mea vox vitæ, voco vos, ad sacra venite.
Sanctos collaudo, tonitrua fugo, funera claudo.
Funera plango, fulmina frango, sabbatha pango.
Excito lætos, dissipo ventos, paco cruentos.

L’Alighieri nel principio del canto 8. del Purgatorio tocca, da quel gran poeta che egli era, della malinconia soave che suole ispirare il suono vespertino delle campane. Fra i moderni lo Schiller ha scritto sulle campane un ode, che è una delle sue più belle poesie liriche.
[integralmente tratto dal libro di Giacinto Borsella, "Andria Sacra", edito a cura di Raffaele Sgarra, Tip. Francesco Rosignoli, 1818, pagg. 203-215]

[1] Il Giordano fu discepolo di Giuseppe Ribera. Si condusse di buon ora in Roma a studiare sulle opere del Buonarroti e del Sanzio, e le dipinture di altri sommi artisti. I suoi quadri comprendono l’animo di chicchesia d’un piacere che viene dalla vista di un bello maraviglioso. Quasi non vi ha chiesa che non vi ha un dipinto del Giordano. In tutti scorgesi multiplice maniera del Veronese, del Reni e del Ribera secondo talentavagli.