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Acquaforte di Castel del Monte del 1860 circa

Il Castello del Monte
in Terra di Bari

Studi e pensieri

di Giuseppe Aurelio Lauria (1805-1879)


VI.
Invasione degli Ungheri

Trascorsi appena quindici anni dalia venuta di Re Roberto, riporta lo sguardo sul Castello del monte, ascendi col pensiero sulle alte sue torri, e vedrai spettacolo nuovo e tremendo.

Il fumo degl’incendi delle città circostanti, le grida dei feriti e de’ morenti, gli urli e le bestemmie dei loro oppressori ti comprendon l’animo di orrore — Non meno di 3000 feroci soldati infestano Terra di Bari. I barbuti volti, la strana favella, la nuova foggia del vestire, l’arrogante incesso, la tracotante burbanza rivelano una diversa natura di uomini, un’altra famiglia di popoli. Turpi nomi, obbrobriosi detti, iniquissimi fatti li dipingono demoni infernali alle impaurite fantasie dei popoli; sicché, smesso ogni pensiero di possibile difesa, altro scampo non san vedere che ascondersi o fuggire.

Guarda intanto il Castello. Son sozze di sangue l’ampia sua corte e le sue marmoree sale: le grida e i lamenti dei martirizzati ti assordano; il fetore d’ogni spezie d’immondezze ti nausea; nefande tresche di violenti lascivie, enormezze di ferocia da tigri, voracità da lupi; cumuli scellerati di ricchezze senza fine, d’ogni maniera, vasi sacri polluti da satanniche orgie, reliquie di Chiese profanate per ispregio, corpi di Santi serbati ad avaro riscatto — fortezza e prigione, taverna e postribolo, verace ostello da banditi!

E donde mai procede un sì funesto mutamento nell’augusto Palagio di Federico e Manfredi, nel teatro delle feste dci Principi d’Angioja? Attendi o Lettore, e il saprai.

Ad un saggio e valoroso sovrano una troppo giovane e troppo leggiera regina era succeduta — Moglie a sedici anni di non amato e non amabile straniero giovanetto, intollerante di freno maritale, incapace, per inespertezza e per proclività ai sensuali piaceri; delle gravi cure dello Stato, ne avea messo il governo nelle mani e nello arbitrio dei suoi favoriti; e costoro al crescer delle conjugali contese, si avvisarono di salvar la regina, uccidendole infamemente il marito, che strangolarono, e poi precipitarono da una finestra in Aversa — Inulto rimaner non poteva il delitto; ed ecco che il Re d’Ungheria, fratel dell’ucciso Andrea, viensene nel Regno minaccioso e furibondo, a chieder ragione, ed esercitar sua vendetta su i colpevoli. Un nero vessillo, che ha per insegna un capo troncato, il precede, e numerosa armata segue i suoi passi.

Ma non è solamente la brama della vendetta che muove ed agita il Re d’Ungheria; perocché vive in lui non ancor sopito lo sdegno per lo pontificale arbitramento, che in danno dei Durazzeschi, definì i dritti della contesa successione tra i nipoti del secondo Carlo d’Angioja. Epperò accettevole occasione egli estima cotesta della uccisione di Re Andrea, della qual fa accusa alla moglie Giovanna, per revindicare il già perduto reame. — Indarno un solenne giudizio eseguito per regal decreto, ec per bolla ponteficale dal Gran Giustiziere del Regno Bertrando Del Balzo, avea proclamata la innocenza della Regina, ed avea condannati al supplizio i Conti di Eboli, di Catanzaro, di Terlizzi, la Contessa di Morcone, e Corrado di Montefusco. Indarno Papa Clemente avea sanzionata quella sentenza, assolvendo Giovanna da ogni accusa di complicità nel delitto. E indarno il Santo Vescovo di Tropea era stato inviato in Ungheria per giustificar la regina. Niente muove il borioso fratello dell’estinto, che furibondo procede alla vendetta. Ecco Aquila è caduta in sua mano. Sulmona è saccheggiata. Tutte le città sul suo passaggio si sono a lui sommesse. Ecco ad Aversa ei fa strangolare il Duca di Durazzo, facendolo precipitare dalla medesima finestra dalla qual fu gittato Andrea. Ed eccolo, giunto in Napoli, farvi prigioni tutti i signori che non avean seguita in Francia la regina, rifuggita in corte del Papa in Avignone; e le loro case abbandona al saccheggio dei suoi feroci soldati.

Rimasto indi suo Vicario in Castelnuovo Gilfonte Lupo Barone Tedesco, e lasciato l’esercito in Puglia sotto il comando di Corrado Lupo fratello di Gilfonte, s’imbarca in Barletta su veloce saettia, e vassene per Dalmazia in Ungheria.

Riesamina allora Papa Clemente il processo della presente regina, e di nuovo innocente la proclama; e ricevutane in compenso la Contea d’Avignone, le concede novella investitura del Regno, e chiama Re di Napoli il secondo marito di lei Luigi di Taranto.

Ritornano in Napoli dal popolo invitati Luigi e Giovanna, e tutta lor cura essi mettono ad espeller dal regno gli abborriti Ungheri con l’iniquo Vaivoda lor capo, e i Tedeschi capitanati dal Palatino, e dal terribile Filippo Schultz denominato il Malospirito.

Ma presto rientra nel regno con 15000 cavalli, 8000 Teutonici, e 8000 Briganti Lombardi il Re d’Ungheria, e disbarcato a Manfredonia, s’avvia ad Andria per esordir sue vendette contro Bertrando del Balzo, difensore della Regina. E poiché, cintala d’assedio, non potettero que’ cittadini dar nelle sue mani il Conte, che allor trovavasi in Provenza, abbandonò la città al saccheggio dei suoi soldati, che funestatala di stragi e di lascivie, inumanamente la incendiano. Né ciò bastando alla sete di vendetta dell’Unghero, fe’ trarre dal chiostro delle Benedettine la bellissima Cattarinella Del Balzo figlia di Bertrando con la seconda moglie Margherita d’Alneto, e la fece rinchiudere in carcere, serbandola a più terribile ed infame vendetta. Senonché l’iniquo suo concetto fè vano la fedeltà degli amici del Conte, i quali tolsero la giovanetta dalle mani dei saldati, che la conducevano a Melfi, e dopo averla nascosta per due giorni nel Castello del Monte, salva a Napoli la mandarono.

Indi a poco dall’incendio di Andria cade in mano del Re d’Ungheria il Castello del Monte, che ei dà in custodia al Malospirito; e dopo avere ordinate ed eseguite immanità senza numero in Capitanata e in Terra di Bari, imbarcossi a Barletta, e ritornò nel suo regno.

Eccoti in breve la dolente storia dei fatti avvenuti nei quindici anni dalla morte del Re Roberto finora. Ascolta adesso qual fu la condizione di Terra di Bari e del Castello del Monte per tutto quel tempo.

Il Vaivoda e Corrado Lupo dopo aver saccheggiato Troja, Lucera, Foggia e Canosa eransi fortificati in Barletta, Trani ed Andria.

Il Palatino coi suoi Tedeschi occupava Bisceglia e Molfetta. Nelle mani di Filippo Schultz, il Malospirito capitano delle bande Lombarde, stava il Castello del Monte; nel quale in duro carcere si custodivano e martirizzavansi i ricchi prigioni perché offerisser pingue riscatto; e quando resistessero, o fosser gretti allo spendere, si facesser sospendere ai merli delle Torri perché servisser d’esempio agli altri.

Dall’alto del Castello, che tutta domina la travagliata regione, vedonsi le fiamme di Terlizzi e di Ruvo, odonsi le grida de’ fuggenti cittadini. Di stragi e rapine son funestate Gravina, Casamassima, Palo e Bitonto. Le donne, i fanciulli, i vecchi si rifugiano, mentre ardon le case e i tempi, negli alti campanili; ma la spietata ferocia di quei barbari incendia e dirocca i campanili, e ride, e giubila e schernisce, ed esulta dei danni delle morti degli eccidii esecrandi, delle grida dei feriti, dei gemiti de’ morenti.

La bruna enorme bandiera che sventola dalla torre orientale del Castello del Monte, richiama tra le sue mura le spoglie delle saccheggiate città, e i ricchi prigioni serbati a riscatto; e i gran fuochi accesi su’ merli, durante la notte, fan quasi uffizio di fari in mezzo a quell’agitato oceano di sangue e di fuoco alle infernali orde di quella infame genia di incendiari e saccomanni.

Tra i tanti orribili fatti avvenuti in quel tempo ho in animo di narrarne un solo, che già lessi in una cronaca contemporanea, e che basterà a compimento di questo periodo storico di Castromonte.

Correva l’autunno del 1348, e le belle vigne del ferace territorio di Corato eran cariche di mature uve che già dimandavan l’opera del vendemmiatore; ed assai bene pur promettevano in quell’anno gli olivi, dopo molti anni di scarsa produzione. La nota ricchezza della città tentava la cupidigia degli Ungheri e de’ Tedeschi; epperò ad operare una gran fazione simultanea a danno dei Coratini, riunironsi una notte a congresso fra i neri carrubbi del ponte della Lama tra Bisceglia e Trani, il Vaivoda, il Palatino, il Lupo, e il Malospirito.

E poiché forte sapevano e ben munita a difesa la Terra, si avvisarono di forzare i Tranesi e i Barlettani a seguirli in quella scellerata impresa.

Ecco che l’indomani all’alba comincia lo incendio delle suburbane case o degli abituri dei villici di Corato; ecco bruciare le vigne, e crepitando infiammarsi gli olivi; e tra il denso fumo, e le voraci fiamme ecco elevarsi la tremenda voce di que’ selvaggi del Danubio e del Pruth, che così esordiscono alle militari loro fazioni. Ma un messo Tranese è già corso durante la notte a prevenire i Coratini della imminente sciagura, promettendo ajuti, dando coraggio, esortandoli a non temere del numero, che sarebbe svanito al primo scontro — Con qual cuore intanto i poveri abitanti guardino l’incendio delle loro vigne e dei loro oliveti, ben può farsi ragione. Eppure al trombetta che comanda la resa e promette salvezza a prezzo di riscatto, essi rispondono con gl’insulti e con le frombole; ed animosamente intendono non solo a difendere la terra, ma a preparar mezzi opportuni di offesa e di sterminio. Tutto il giorno (era il 29 settembre) pervicaci durarono quei barbari nell’assalto della terra, bestemmiando Dio e i Santi, e commettendo immanità scellerate sugl’inermi contadini. Ma que’ di Corato tennero fermo davvero; ed allorquando i Barlettani e i Tranesi, che avean fatto sol le mostre di battersi, disertarono il campo, usciron forsennati dalle mura, e tal dettero a que’ barbari tremenda e ben meritata lezione, che se non eran le tenebre e la malagevolezza del cammino e le amiche mura del Castello del Monte, avrebbero forse i Coratini, ajutati da quei di Trani, liberata in quel giorno Terra di Bari da quella colluvie di bruti a faccia umana.

Caso singolare rammentan le cronache Gravinesi, avvenuto in quel giorno di calamità e di gloria di Corato — Profittando dello scarso numero delle guardie che munivano il Castello del Monte, infranse i suoi ceppi il ricco Gravinese Stefano Notargiovanni, ed anelante a fuga da quelle abborrite mura, trovandone chiusa la porta, si lasciò cadere dall’alto delle torri; e, di tanto l’amò Dio, che senza danno, ma solo stordito, si trovò sullo sterrato. Rimesso alquanto dallo sbalordimento, raccolse una labarda e un morione, che avea prima gittate dalle torri, corse per tutta la notte tra le selve del Garagnone, e trovossi l’indomani a Gravina, dove lo avean pianto per morto.

Partirono finalmente in novembre gli Ungheri, e i Teutonici; ed in quale stato rimanessero quella provincia, ed in qual misera condizione lasciassero il Castello del Monte può meglio immaginarsi che descriversi.


[Tratto da: Giuseppe Aurelio Lauria, “Il Castello del Monte, in Terra di Bari - Studi e Pensieri ”, Tip. Raffaele Avallone, Napoli, 1861, pp. 58-66]