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Acquaforte di Castel del Monte del 1860 circa

Il Castello del Monte
in Terra di Bari

Studi e pensieri

di Giuseppe Aurelio Lauria (1805-1879)


VII.
Invasione dei Francesi

Sorgeva appena dopo 26 anni dal suo squallore e dalla sua luridezza il Castello del Monte, per le cure di Bertrando, e del figliuol suo Francesco del Balzo, quando esso a novelle sciagure, ma per breve tempo, passò nel dominio di altra sfrenata soldatesca forestiera.

Morto in Napoli nel 1357 il buon Duca d’Andria Bertrando Del Balzo, gli successe nel ducato e in tutti gli onori di corte il figliuol suo Francesco; il quale per la prestanza della persona, per la cortesia dei modi, e pel suo valoroso ardimento, tanto caro si fece alla regina sua zia, che costei gli diè moglie con ricca dote Madama Margherita sorella di Re Luigi d’Angioja; e tanto teneramente lo predilesse, che non fu forse mendace la fama, che termini non assegnò alla potenza di quell’affetto.

Essendo indi a poco prossimo al suo fine il principe di Taranto, chiamò erede dell’immenso suo stato il figliuol del Duca ancor minorenne Jacopo Del Balzo, sotto il baliato del padre. E per siffatta successione il Duca d’Andria addivenne il più ricco e possente, e per sua ed altrui sciagura, il più superbo ed arrogante de’ baroni del regno.

Laonde a gare e contese senza termine, a smodate ingiuste pretensioni, ad usurpazioni violente aprì l’animo ambizioso, e non dubitò di mettere le audaci mani. Il regal favore facevalo sicuro di impunità, il timore conquistavagli ossequenza, la certezza del soccombere allontanava da lui ogni velleità di vendetta.

Ma pure docili ed arrendevoli non trovò i Signori di Casa Sanseverina; i quali del mal preteso dominio della terra di Matera mai nol vollero accomodare; giustamente fermi nel mantenere non far parte quel contado del Principato di Taranto. Le armi, suprema ragion dci potenti, detter vittoria di causa all’audace Duca Francesco. Ma presentaronsi alla Regina i dispogliati Sanseverineschi, acremente dolendosi della patita ingiuria. Intollerabile essersi ormai fatta, essi dicevano, l’arroganza del Duca d’Andria; termine non più conoscere, né ragioni ammettere la sua ambizione; della regia parentela stranamente egli abusare per far sazia la sterminata sua cupidigia d’impero; nobile aversi a tenere il diritto originato da militare conquista sol quando col forestiero, e non col cittadino si contenda; ma la usurpazione degli altrui domini opera da ladrone e non generosa fazione di commendevole ardimento aversi a considerare; provvedesse ella che giusta era e prudente, perché le usurpate terre il Duca restituisse; né nel definir la contesa la Reina obliasse, esser causa comune a tutti i Baroni del regno la repressione del mal talento del Duca d’Andria; epperò non dubitasse di averli tutti unanimi alla domanda, concordi alla resistenza, grati alla giustizia che da lei attendevano.

Dalle Minacce non atterrita, ma persuasa delle buone ragioni del richiamo, fece ingiunger Giovanna a Francesco del Balzo di recarsi alla sua presenza per giustificare, potendolo, la occupazione del Materese, pria che ella, per lodo diffinitivo, pronunziasse sulla controversia — Ma. non volle udirne il Duca, e pervicace rifiutossi a rendersi alla chiamata. E poiché, ben ponderate le ragioni dei Sanseverineschi, non esitò la Regina a profferir condanna contro il contumace per la restituzione dell’usurpato dominio, proclamandolo ribelle, e dispogliandolo di ogni suo feudo nel regno, non seppe portarsela in pace il Duca e diessi ad armare i suoi vassalli, e collegarsi di forze coi suoi congiunti ed amici.

A quella tracotante e non pria udita levata di insegne del Duca, oppose la oltraggiata Regina 12000 combattenti sotto il governo di Messer Giovanni Malatacca, e dei signori di casa Sanseverino, e Marzano, che tutti si posero a campo intorno Sessa, dove erasi trincierato il ribelle. Il quale pari allor non trovandosi alle forze dei suoi nemici raccomandata alla fedel custodia del popolo la duchessa sua consorte, se ne andò pria al suo feudo di Montescaglioso, e poscia imbarcatosi a Bari se ne passò ad Avignone a chieder soccorsi a Papa Urbano suo congiunto ed amico. E pe’ costui sussidî, e per quelli dei suoi feudi in Provenza, mise insieme un esercito di 15000 soldati di ventura Francesi e Lombardi sotto gli ordini di Bernardo della Scala, Rinaldo Capostrata, Luigi Pansardo, ed Errico di Guascogna; ed entrato per gli Abruzzi nel regno, si pose a campo a Capua e ad Aversa.

Grande fu allora e ben ragionevole il timore della Regina che l’audacia del Duca non ignorava, e sapeva pure per fama qual fosse il valor guerriero dei suoi capitani e quanta la sete di bottino di que’ soldati di ventura. Titubanti e dubbiosi stavansene i Sanseverineschi e i loro compagni, che la vendicativa natura del loro nemico avean più volte saggiata; né valida difesa di possente armata c’era da opporre alla francese, né star si poteva sicuri da interni movimenti nel regno. Ma pure in tanta peritanza di ardui casi, e in sì crudel frangente di avversa fortuna, venne il soccorso donde men sarebbesi aspettato. Imperocché essendosi il Duca recato a far riverenza al venerando vecchio suo zio Conte Raimondo del Balzo Gran Camerlengo del regno che dimorava su quel d’Aversa nel piccolo villaggio di Casaluce, ebbe da costui a udire i più acri e veementi rimproveri per quella sua dissennata e criminosa pervicacia di vendetta, e le più calde e sollecite preghiere perché presto si levasse da quella turpissima impresa.

«Bene rammentasse» dicevagli «essere stata Casa Del Balzo sempre la prima tra tutte le altre de’ Baroni del Regno, non tanto per dovizie e potenza, quanto per le virtù sue, e per la sua onoratezza; e sopra tulle le virtù precipua e singolare essersi serbata incolume la lealtà e la fede verso il principe, e verso la patria. Considerasse, pessimo tra’ cittadini, anzi aperto nemico aversi a tenere colui che duce si faccia dello straniero nella sua patria, per esercitar con l’armi di quelle sue private vendette. A questo modo» soggiungeva «retribuir doveva un del Balzo gl’innumerevoli benefizi di che i Sovrani d’AngioJa furon sempre larghi alla sua casa? Gli immensi Stati, i ricchi feudi, i pingui stipendi, le eminenti dignità, e perfin le regie nozze a nulla dunque esser valute per conquistarsi, se non la gratitudine e l’amore, il rispetto almeno, e l’obbedienza sua? E non s’era egli siffattamente per parentadi avvicinato e congiunto alla casa della sua sovrana da tenersi quasi della medesima famiglia? Come aver mai fatto per iscancellar dalla sua mente le memorie di Ughetto e di Bertrando del Balzo, che tutta posero lor vita ad elevare e fortificare il trono degli Angioini? — Eppero ei lo pregava e scongiurava perché di opprobrio non volesse cuoprir la memoria dei suoi antenati; e se dei maggiori suoi non gli calesse, avesse almen pensiero dei suoi discendenti ed il giudizio temesse degli avvenire.»

Spontaneamente, al leggere negli ingenui cronisti del XIV secolo quelle nobili parole del vecchio camerlengo, il pensier tuo si rivolge alle eloquenti lagrime di Veturia, dissuadente l’iracondo Coriolano dall’eccidio di Roma, ed alle calde preghiere del vecchio Pacullo Calavio per distornare il figlio dalla uccisione di Annibale loro ospite — E se Roma fu salva, e se Annibale uscì incolume dalla casa dell’ospite Campano, anche Giovanna fu libera per virtù delle virtuose parole del vecchio Conte Raimondo Del Balzo.

«Io non ho altra speranza che in Dio» rispondeva rinsavito, e piangendo il nipote «e voi vedete che vi pare ch’io faccia. Io ho promesso a questi Capitani il soldo, come io era in regno, diciotto fiorini per lanza

Ed il Conte «Dove troverai tanti danari? Or fa a mio consiglio; levati da Terra di Lavoro, e conducili in Puglia; e di là partiti segretamente, e vattene in Provenza al Papa; ché esso ti soccorrerà, e t’intrattenerà finché passa questa furia, e mal a fortuna tua».

E con tal consiglio; d’ogni suo avere, e perfin dei vasi d’argento dispogliandosi il vecchio, ed al nipote donandoli, lo accommiatava, e pace e miglior senno dal Cielo gli pregava.

Cosi fu fatto siccome il Conte Raimondo aveva consigliato. L’impresa di Napoli fu, per accorte parole, dimostrata per allor troppo ardua; epperò pretermessa; fu l’esercito guidato in Andria; ed il Duca, col favor delle notturne tenebre, levossi non visto dal campo, ed a Barletta imbarcatosi, uscì dal regno ed andossene in Provenza — Ma i Capitani, e i soldati Francesi, vedendosi senza dubbio ingannati, e dovendo da se avvisare ai mezzi del vivere, si diedero alle più sfrenate rapine; e tal fecero di Andria, e dei vicini paesi tristo ed infame governo, che, al dir del cronista, non la perdonarono neppure ai ferri delle porte.

Una falsa voce era intanto corsa pel campo la qual grandemente accese la ingorda fame di bottino di que’ vili mercenari: starsene a poca distanza da Andria nel Castello del Monte rinchiusa la maggior copia delle ricchezze del Duca Del Balzo; e comunque inespugnabile apparisse il luogo, pure tal non dovesse loro riuscire, se alle militari fraudi si rivolgessero.

Risoluti adunque a fare l’estrema lor possa per entrare in Castello, lo cinsero d’ogni intorno di assedio, e speculando il modo di penetrarvi, trovarono ad appiccar pratiche con un transfuga, il quale fece ad essi noto, che il castellano, di nazion Tedesco, lasciavasi andar la sera allo abuso del buon vino di Barletta; ed allora quei che eran di guardia alle porte più sobri di lui non si volendo rimanere, della custodia lor confidata più oltre non si curavano, e quasi libero l’ingresso lasciavano. Di questo avviso Messer Berardo Della Scala molto ben profittava, ed in tempo opportuno, fra le tenebre procedendo, fu nel Castello, che ancor non era desto il castellano. Che dir dei fatti loro? Tutto fu infranto, lacero, spezzato, quel che non tentò la cupidigia dci soldati; quanto c’era di ricchezze ivi dentro, fu interamente rubato, e messo a conto, come dissero celiando i soldati, di quei molti fiorini d’oro, dei quali il Duca stava lor debitore.

Né ad Andria soltanto ed al Castello del Monte si sarebbero fatti contenti que’ soldali di ventura (meglio li avrebber detti di sventura!) ed il rimanente della ricca provincia avrebbero di certo saccheggiato; ma presto mandò la regina a trattar della loro uscita dalle Puglie; e per sessantamila fiorini li mise fuori del Regno.

Dieci anni appena eran trascorsi da questa espulsione dei Francesi dalle nostre contrade, quando un nuovo esercito più assai numeroso, ed anche meglio capitanato, non a vendetta, ma a conquista intendendo, venne novellamente di Francia in queste infelici terre del Barese. E comunque ai fatti di quella guerra non fu né teatro, né premio di vittoria il Castello del Monte, m’è avviso che molto bene qui di per se venga a collocarsi la narrazion compendiata di que’ fatti che quasi ai piedi del Castello succedettero, e che dalle sublimi sue torri orrendo spettacolo esser dovettero al riguardante.

Vò che valgami siffatta ragione per difendermi dal difetto che io pongo ogni studio, soprattutto in questo lavoro, di gelosamente evitare.

Or tu o lettore fa di elevarti colassù con la mente nel settembre del 1384, e verso l’Adriatico volgendo lo sguardo, tu vedrai Barletta e il suo contado occupato da Re Carlo di Durazzo con forte armata di fanti e di cavalli; e vedrai Bari e i suoi casali in poter di Luigi d’Angioja. Ma Carlo è infermo d’un terribile malore, che va pur consumando il suo esercito; e Luigi non è ancor risanato dalle cinque gloriose ferite che testé riporto nell’ultima mischia col Conte Alberico.

Nel Castello di Muro è intanto imprigionata la Regina Giovanna, ed in quel di Molfetta geme il suo ultimo marito Otone di Brunswik; mentre Papa Urbano VI s’è fortificato con la sua Corte nel Castel di Nocera, e Napoli è in preda a funesto scisma di opposte parti, minaccianti ogni ora di trascorrere al sangue. Qual fu la causa di tanta discordia, di tante sciagure, di sì grave e straordinario mutamento di cose? Odimi.

Tra l’Unghero Carlo, ed il Francese Luigi, frutto entrambi del mal seme del primo occupatore Andegavense, stava Napoli di mezzo, scopo e premio della fatal contesa. Pel primo l’antica mal definita controversia della successione del secondo Carlo, dalla quale ei desumeva ragioni all’ambito dominio. Pel secondo la solenne adozione della Regina Giovanna, la qual Giovanna, per universal consentimento de’ suoi popoli avealo acclamato suo successore. Pel primo l’interessato favor del Pontefice, il quale se di gran fiorini d’oro lo accomodava, scommunicando il suo rivale, feudi molti in cambio, e le auguste nozze d’una regia fanciulla pretendeva pel suo vilissimo nipote Messer Butillo. Pel secondo un poderoso esercito capitanato dal fiore de’ francesi baroni, la giustizia della causa, il proprio valore, le simpatie dei popoli, l’avversione all’Unghero, il discredito del Pontefice, e le nefandezze del nipote già signore di Amalfi e di Nocera, già Duca di Capua e di Scafati, eppur non sazio; eppure bramoso di novelle più ricche signorie.

Al primo giunger dei Francesi nel reame, dimanda Carlo alla imprigionata Giovanna che revochi la fatta adozione, e gli faccia cessione dei suoi domini in Provenza. E poiché costei disdegnosamente e risolutamente si ricusa ad appagarlo, la invia a novella prigionia nel Castello di Muro, e fa trascinare il marito in quello di Molfetta. Promette intanto ad Urbano di farlo pago delle sue richieste, risoluto com’era a non tener poi le promesse; prende di sua mano il vessillo della Chiesa, e seguito dai suoi baroni s’avvia per le Puglie risoluto a cimentarsi col suo nemico.

Eccoti i fatti che avvennero fino a quel calamitoso Settembre di che ti tenni ragione. Riporta ora su queste terre lo sguardo — Vedi quante micidiali fazioni per queste nobili città si succedono, e ne van di mezzo i travagliati popoli, che nei brevi incerti dominî generati dalla guerra, nel perenne mutar di signorie, pace non trovano, e danni a danni veggono succedere. Guarda il mare coperto di galere provenzali e napolitane che lunghesso le coste con varia sorte vengono a giornata, e che spesso dallo imperversar di borea vengon travagliate e sommerse. Mira come spesseggian le morti nel campo Durezzesco per nova specie di malore, che affligge il soldato cuoprendone il corpo di schifose ulceri; ed a stento ne campa Re Carlo, che muta pelle qual serpe, ma forza ancor non trova per uscire a campo. Vedi il nobile e valoroso giovanetto d’Angioja, non ancor valido per le riportate ferite, uscir di Bari col suo esercito, e trascorrer Giovenazzo e Molfetta avvicinandosi a Bisceglia.

Ebbene sappi, esser questo l’estremo dì della vita di quel caro giovane; perocché, avendo i Biscegliesi, stanchi del giogo Durazzesco, aperte le porte ai soldati Francesi, ed essendosi costoro dati infamemente al sacco dell’amica città. ne venne in tanta concitazion di sdegno il loro Principe, e tanto agitossi per la terra, percuotendo col bastone i più pervicaci, che, riapertesi le malchiuse ferite, e rifluendo il sangue al cervello in poco d’ora miseramente vi lascia la vita; memorando esempio rimanendo agli avvenire del come nobilmente si accoppi al valor guerriero la generosità dell’animo, e la umanità del cuore. Per me confesso che tutte le volte, e fu assai sovente, ch’io mi recai in Bisceglie a guardare il modesto tumulo di quel ventenne giovanetto, che sì buon viso seppe opporre a rea fortuna, ne fui intenerito e commosso fino alle lagrime.

E che avvenne mai, tu mi domanderai, di Francesco del Balzo e della sua casa in que’ tristissimi tempi? Oh ei fu colpito dalla più grave calamità che affligger possa uman cuore.

L’arrogante superbia del Duca Francesco tutta erasi trasfusa, e profonde radici avea messo nell’animo del figliuol suo Jacopo, erede, come già dissi, degli immensi stati del principato di Taranto, ed erede benanche del titolo d’Imperatore di Costanlinopoli. E il favor dato dal Duca alle armi di Re Carlo, che andò più volte egli stesso a sollecitare in Ungheria perché scendesse alla impresa del regno, aveagli siffattamente conciliato lo amor di questo principe, che al giovin Jacopo di Taranto diè per consorte la Principessa Agnese sorella della Regina Margherita sua moglie, nipoti entrambe della Regina Giovanna.

In sì eminente condizion di fortuna, che se di un regal trono mancava, ne avea per fermo la potenza e lo splendore, non seppe il giovin Jacopo serbarsi incolume dalle vertigini che dan le subite elevazioni, e lasciò offuscarsi la mente dall’audace pensiero di cacciar di sede il regio suo cognato, e prenderne il posto. Ragione al tentarlo, vedi stultizie d’ambizioso ardimento! La età maggiore di sua moglie Agnese sulla sorella Margherita moglie di Re Carlo. Speranza al conseguirlo, la non ben ferma dominazione del suo rivale, le proprie forze, la potenza di sua casa, l’amistà del Pontefice nemico di Carlo. Mezzo a riuscir nella impresa, la possibilità d’una novella adozione della Regina Giovanna, con la quale già si trovava in buone pratiche.

Tutto dapprima parea che cospirasse al prospero successo del meditato disegno; nel quale era puranco venuta per turpe invidia della regina sua sorella, la principessa Agnese. E se ne godesse in cuor suo l’arrogante Francesco, e se novelli stimoli al già concitato suo figliuolo aggiungesse, non si vuoi domandare; avvegnaché tutte appagate in un punto ei vedesse le antiche ambizioni, e le non mai cessate, anzi col tempo cresciute sue brame di vendetta contro i suoi nemici di casa Sanseverina.

Oh! Ma compiuto andar non doveva quel reo disegno di una famiglia ripetutamente ingrata ai suoi benefattori; che non era rifuggita dalla ignominia di condurre Io straniero contro la patria, e che ad immani vendette minacciava di porre le mani, ove al poter sommo fosse pervenuta.

Ebbe sentore Re Carlo delle insidiose macchinazioni del principe di Taranto, e gli parve dapprima il caso impossibile; ma quando poi ne fu sicuro, diè speditamente opera al difendersene e vendicarsene. Epperò fu suo primo pensiero di mandare a strangolar nel suo carcere la vecchia regina, innocente, anzi inconscia di quel tentativo; ed uscitogli di mano per opportuna fuga il Tarantino, fe imprigionar la principessa Agnese, che pel dolore in due giorni morì nel carcere; ed appena ne pervenne la nuova al marito, preso da assalto apoplettico, quasi tocco dal fulmine, cadde morto all’annunzio funesto.

Ben può immaginarsi meglio che dirsi l’immenso dolore del Duca Francesco, il quale nello stesso giorno che ricevette la notizia della morte della figlia Antonia regina di Sicilia, e quella della sua nuora Agnese, seppe pure l’orribile perdita del prediletto suo figlio Jacopo, per lo quale ei non avea dubitato di lordarsi della ignominia del tradimento, e della ribellione; e quello stato di Taranto, per lo ingiusto incremento del quale tanti sacrifici avea fatti, stette per poco che non uscisse per sempre dalla sua Casa, passando in quella degli Orsini.

Leggesi nella Chiesa di S. Cataldo di Taranto la iscrizione ch’egli fece apporre sul tumulo del figlio; ma assai meglio dello scettro, e del mantello Imperiale, e meglio assai delle mendaci laudi che vi si leggevano, avrebbe fatto, scrivendovi:

Discite justitiam moniti, non temnere Divos.


[Tratto da: Giuseppe Aurelio Lauria, “Il Castello del Monte, in Terra di Bari - Studi e Pensieri ”, Tip. Raffaele Avallone, Napoli, 1861, pp. 66-80]