Parvenze d'equilibrio

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Parvenze d'equilibrio

(per una didassi sperimentale)

Il dieci marzo del Settantatré
era un giorno di nebbia in quel di Pavia, consueto.
Due passi tra i pioppi sfumati nel biancore
dialogando sull’etica e sul tempo;
un collega d’Oltrepò dava l’anima
per dei princìpi àncora del suo cosciente.
Nel mio provato sentivo quell’esigenza umana:
l’andar degli eventi impone
parvenze d’equilibrio, certezze
conquistate a noi stessi mordendoci le labbra.

Precaria falsa sicurezza d’un immanente vero.
L’umida coltre bianca poneva
distanze sfuggenti al dialogo col reale.

Ora in posizione più assolata e tersa
- m’è grave e triste, depauperante … Affascinante -
rigetto la foschia dell’immutabile;
la conoscenza è forza orientata
da teorie che l’esperienza conia in matrici mai eguali
per la mente che avanza senza tempo.

V’è un equilibrio, o son parvenze?
Ognor lanciamo l’ancora al rotolante certo
giammai nostro né d’altri, ove tutti
corrono dal tempo, in incessante cerca.

Nelle serate pavesi tra le cascine e le rogge stagnanti
dagli amici risalivo i gradi ad una finestra
e mi scoprivo nel turchese a rimirar le Pleiadi
che nello spazio volvono, pulsano di vita
e non s’attardano alla nebbia.

 

da "I pensieri del Folletto" sdt

 

[sullo sfondo: Le Pleiadi (immagine di J.Ware)]

paesaggio della campagna pavese presso Bascapè