F.Pratilli - Via Trajana da Canosa a Ruvo

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da "DELLA VIA APPIA
RICONOSCIUTA E DESCRITTA DA ROMA A BRINDISI"

di Francesco Maria Pratilli (1689-1763)
(stralcio, trascritto da un originale digitalizzato da Google)
Della Via Appia - F.Pratilli - Copertina

LIBRO IV.     CAPO XIII.

Via Trajana o sia Egnazia da Canosa a Ruvo.

Passava, com’è detto, questa via per lo superbissimo ponte, che di Canosa viene chiamato: essendo egli quasi rimpetto ad essa città, situata sopra una collinetta. Fu questo ponte eretto sul fiume Ofanto, il qual nasce ne’ monti della provincia degl’Irpini di là di Bisaccio verso mezzogiorno; il che fu detto anche da Plinio [1] Aufidus ex Irpinis montibus Canusium perfluens: e lo stesso attestò Strabone, Pomponio Mela, ed altri. Quanto picciolo, e scarso di acque è il suo fonte, altrettanto cresce scorrendo per lo tratto di circa a cinquanta miglia (non già trenta, come vuole l’Alberti) fino al mare presso Barletta. In tempo di està però egli è assai povero di acque, e di pesci; laddove nell’inverno colla piena di tutte le vicine montagne si rende sì rigoglioso, e superbo, che uscendo dal proprio letto ininda in più luoghi le circostanti campagne. Egli fra tutti gli altri è quel solo fiume, che fende gli Appennini, e divide la Puglia Peucezia dalla Daunia; l’una a destra, l’altra a sinistra di esso calando al mare. Chiamasi Peucezia, ed Apulia questa parte, che era a destra dell’Ofanto fino alle vicinanze di Brindisi, e presentemente vien detta Terra di Bari.

Dal Garagnone (ch’era l’antico Silvium sull’Appia, di cui altrove fu detto) comincia la Puglia dagli antichi chiamata Japigia verso oriente, e mezzodì (benché questa in verità sia quella penisola, la qual comprendeva il tratto marittimo da Taranto a Brindisi, ed Otranto, per lo qual tratto in Grecia passavasi, e Messapia, o sia terra de’ Salentini veniva chiamata) e la Puglia, che propriamente Peucezia dicevasi, la quale verso oriente terminava colla Japigia, e a settentrione colla Daunia. Ricavasi anche ciò da Strabone [2] Super Calabros septentrionem versus sunt Peucetii (e questi furono chiamati Pediculi, i quali erano in fatti una porzion solamente della Peucezia) deinde Daunii, & Frentani. Questa Peucezia distendevasi in prima per tutta quella parte, che di presente vien compresa nella Calabria più orientale, e rinchiudeva altresì i Daunj, e’ Salentini: indi fu maggiormente ristretta da Diomede, o sia Dauno, che occupò la Daunia; e da Messapo, che occupò l’altra parte verso i Salentini, perciò chiamata Messapia. Ciò dovette accader prima della guerra Trojana, al rapporto di Dionisio Alicarnasseo [3]. Porzione della Peucezia antica furono i Pediculi, come disse Plinio dopo Strabone [4] Pediculorum agrum Brundisio conterminum; e quivi nomina egli Rudias (città, che fu patria di Ennio) Egnatiam, Barium: benché riguardo a Bari fu ella da Tolommeo attribuita a’ Peucezj marittimi, non già a’ Pediculi, che per error de’ copisti chiamansi Fediculi in Valerio Massimo [5] ex Apulia, & Fediculis, come avverte dottamente il Cluverio. Il perché fussero nominati Pediculi è narrato da Strabone, e da Plinio [6] dicendo che furono nove giovanetti, ed altrettante donzelle, che dall’Illirico, o sia dalla Macedonia quivi passarono ad abitare, e moltiplicandosi poscia, vi edificarono più città, di che credasi pure ciò che si voglia. Sono addomandati Peucezj cota’ popoli da Peucezio fratello di Enotro, e figliuolo di Licaone (come scrisse l’Alicarnasseo) [7] quivi di Grecia venuto diciassette età prima della guerra Trojana; e perciò fu chiamata anche Enotria; di che altrove più a lungo si è ragionato: onde a ciò volle alluder forse Orazio [8] in chiamando i Canusini di doppia lingua: Canusini more bilinguis, che dall’antico scoliaste venne spiegato: Eo quia utebantur greco (ond’ ebbero l’origine) & latino sermone.

La Daunia (che di presente corrottamente dal volgo Capitanata si appella, ed ammendatamente Catapanata, dal greco catapano, che la reggeva a nome dell’Imperator di oriente) comincia dalla sinistra del fiume Ofanto verso Ascoli fino alla foce di esso fiume sul mar di Puglia, e di là fino al fiume Fortore, termine de’ popoli Caraceni, e Frentani, il qual fiume si scarica non lontano dal lago di Lesina nel mare Adriatico, di là dal monte Gargano, dove fu la tanto decantata apparizione di S. Michele Arcangelo. Furono questi popoli chiamati Daunj, e Daunia la loro provincia da Dauno, o sia Daunio loro antichissimo Re, il quale fu suocero (come dicono) di Diomede.

Canosa dunque è la prima città della Puglia Peucezia, che s’incontri per questa via, che descriviamo; benché sia dicaduta assai dalle passate grandezze. … … …

… … …

Rimettendoci ora di bel nuovo in cammino per la via Trajana, che siccome dicemmo, trapassava il ponte di Canosa, lasciando a destra la città di questo nome, diciamo che dopo il diritto corso di circa mezzo miglio verso oriente passava ella sotto un grand’arco di opera laterizia, che dal volgo vien chiamato porta di Roma. Io però con probabile fondamento conghietturo che fuss’egli uno de’ molti archi trionfali inalzati a Trajano per memoria forse non solamente de’ suoi trionfi, ma anche della famosa via, che fece inselciare, e che Trajana perciò fu detta: siccome ancora fu quello di Benevento, e forse ancor quello di Capoa. Dovett’egli essere stato di molti marmi, di rilievi, e di statue abbellito; ma di presente di ogni fregio spogliato si ritrova. La via di là menava diritamente verso Corato, dal volgo detto Quarata, luogo da Canosa lontano circa miglia XVIII. (lasciandosi a sinistra l’altra via, che porta alla città di Andria) per lo qual tratto si truovano sovente gli avanzi di essa via Trajana.

Le prime vestigia si riconoscono circa tre miglia dal ponte di Canosa in quel luogo, che chiamasi la massaria del principe di Canosa, in cui molte selci unite, altre molte disperse per quelle campagne si veggono. E un miglio più oltra qualche porzione quasi intera si vede di grosse selci, uniformi nella grandezza, non già nel colore. Anche più oltra nel territorio di Andria prima di giugnere all’osteria della guardiola, nel luogo detto a Santa Terella, riconosconsi le reliquie di antiche fabbriche, le quali o a uso di ostelli, o di sepolcri servirono, e presso di esse varj pezzi di selciata della via co’ loro poggiuoli laterali. In questo luogo mi persuado fusse stato l’alloggio, che nell’itinerario Gerosolimitano è chiamato Mutatio ad Quintumdecimum, dinotante il XV. lapide milliario dal ponte di Canosa, tuttochè la distanza non sia per la verità più che di miglia XIV. Più oltre vedesi la continuazione della selciata fino al casino de’ Signori Toppuli di Andria, presso cui truovasi un’antica spaziosa cisterna, che da’ paesani corrottamente si chiama la Grava, forsi, la Cava. Lasciansi prima di giugnere a questo luogo da noi descritto, verso mezzogiorno le picciole collinette volgarmente dette le Murge del castello del monte, dove è una rocca molto antica, e di eccellente struttura, situata sul dorso di un alto monte: se pure non fusse ella servita ne’ secoli della gentilità per uso di monumento sepolcrale, ridotta poi o da’ Greci, o da’ Saracini, o da’ Longobardi in fortezza: di che nulla potrei di certo affermare. La fabbrica è tutta vestita al di fuori di marmo rustico, a punta, come dicono di diamante: e al di dentro tutta incrustata di scelti marmi ben lavorati, e commessi, oltra varie colonne. Notizie, o tradizioni di questo edificio mancano affatto, non essendovi né iscrizione, né altro, che possa assicurarcene; ma solamente alcuni geroglifici. Il luogo è posseduto dal Signor duca d’Andria della famiglia Caraffa con titolo di Duca del castello del monte.

Nella villa volgarmente detta il Quadrone in territorio d’Andria, quando sulla pubblica strada, e quando dentro i vicini campi si riconoscono le vestigia dell’antica selciata per lo spazio di circa secento passi: e allato a un picciolo boschetto di essa villa veggonsi le rovine di un antico tempio, presso il quale fu rinvenuta l’iscrizione riportata malamente dal Grutero [9], che fu poi altrove trasferita. Dopo questo luogo del Quadrone entrasi nel territorio di Corato, in cui apertamente si riconosce la via Trajana per lungo tratto nel luogo detto S. Elia accanto al boschetto del capitolo della cattedrale di Trani. Queste vestigia dell’antica via si disperdono poscia presso il luogo appellato le vigne, dove trovossi, e fu dissotterrata nel 1729. una colonna milliaria dal Signor Francesco Alessandro Della monica di Corato valentuomo erudito nelle antichità Romane; la qual colonna è spezzata: e l’altro suo rottame fu discoverto non ha gran tempo. Porta ella impresso il milliario CIV.

CIV. IMP. CAESAR /
DIVI NERVÆ /F
NERVA TRI   / ANVS
AVG. GERM. / DACIC .
PONT. MAX. / TRIB. POT
XIII. IMP. / VI. COS. V
P. P
VIAM A BENEVENTO
BRVNDISIVM PECVN
SVA FECIT

Questa parte inferiore della colonna truovasi di sotto la collinetta chiamata la murgia di Castigliola, poco distante da un’antica chiesa di S. Lucia, dal qual luogo per linea retta vannosi ad incontrare gli altri spezzoni della via Trajana, che poco lungi da Corato conduce a Ruvo.

In questi luoghi tra Andria, e Corato, che è quanto dire a sinistra dell’antica via, fu quel celebre combattimento tra i tredici cavalieri Italiani, ed altrettanti Francesi, di cui a gloria della nostra inclita nazione, e particolarmente della città di Capoa mia patria sono in obbligo di dare una brieve contezza. Dal Re Cattolico Ferdinando di Raona [dizione siciliana di “Aragona”], e dal Re Cristianissimo Luigi XII. per alcune loro ragioni fu stabilito privar del Reame di Napoli Re Federico di Raona; e a tale oggetto furono destinati due eserciti per la invasione del Regno, come seguì. I Francesi entrati per la Campagna felice ne occuparono quella parte più occidentale, e i Spagnuoli sotto il comando del gran Consalvo Ferrando di Cordova, s’insignorirono della Puglia, e delle convicine provincie. Trattenendosi in Barletta i Spagnuoli, e in Ruvo i Francesi, tra di loro già nimicati per cagion de’ confini, accadde che sparlandosi da un capitano Francese del valor militare degl’Italiani, gli fu da un capitano delle milizie Spagnuole ragionevolmente mentito, e intimata a’ Francesi una pubblica, e solenne disfida. Accettata ella dalla nazion Francese, e stabilito il campo di battaglia tra Andria, e Corato, furono dal general comandante La Motta scelti XIII. valorosi campioni tra le sue truppe, e altrettanti Italiani dal gran Capitano Consalvo: capo de’ quali fu il famoso Ettore Ferramosca di Capoa, con Ludovico Abenavoli della stessa città, discendente dalla illustre famiglia delle Vigne, come darà a vedersi in altra opera. Seguì il combattimento dopo il mezzogiorno del dì 13. Febrajo dell’anno 1503. in cui prevalendo il valore degl’Italiani, restarono i Francesi abbattuti, e prigionieri, con altrettanta gloria della nostra nazione, con quanto scorno e rossore della Francese. Il fatto vien rapportato da’ storici di que’ tempi, e spezialmente da una relazione di autor di veduta ristampta in Napoli nell’anno 1721. Nel luogo suddetto vi fu nel 1583. per memoria innalzato un obelisco, chiamato dal volgo il titolo da Ferrante Caracciolo duca di Airola preside allora delle provincie di Bari, e di Otranto.

Ponendoci di bel nuovo in cammino per la via Trajana, diciamo che in una diruta chiesa chiamata S. Maria de’ Frati, situata sulla via diritta, che cala da Canosa a Ruvo, in distanza da Corato circa due miglia, vedesi una colonna milliaria in due pezzi divisa col numero CV. trascritta dal soprallodato Signor della monica, la qual colonna ha le medesime note delle altre già riportate. Nella medesima chiesa è fabbricata sotto un arco a mezzogiorno altra colonna, che stimasi milliaria; ma restando ella quasi del tutto rinchiusa nella fabbrica, non può individuarsi qual numero porti impresso.

Per tutto questo spazio di miglia XVIII. in circa, quante si contano dal ponte di Canosa verso Corato (che vien lasciato a sinistra) riconosconsi, com’è detto, molte reliquie di questa via, e di antiche fabbriche rovinate, dalle quali non può formarsi concetto a quale uso servissero. Questo tratto di territorio intorno Corato viene da per tutto cinto di vaghi giardini con campagne piantate di olivi, e di mandorli, siccome la maggior parte de’ convicini luoghi della provincia. In Corato in casa de’ Signori Palmieri conservasi una colonna segnata col numero CIII. alquanto rosa nelle lettere, della sesta, e settima riga, la quale in nulla è dissimile dalle altre già riportate di sopra.

In questa via di Canosa (calando già verso Ruvo) nella parte di mezzodì, dentro il campo, che Chiuso di Castigliola di appella, distante dalla medesima via pochi passi, truovasi un vestigio dell’antica selciata, la qual vien dal volgo chiamata ficcata del diavolo; e di simili reliquie non mancano altresì per tutto il cammino delle miglia quattro da Corato a Ruvo.

[da “Della Via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi”, di F. M. Pratilli, per Giovanni di Simone, Napoli, 1745, libro IV, Cap. XIII,  pagg.519-528]
NOTE    (nel testo originale le note sono di pagina, non di argomento, e nel formato lettera minuscola tra parentesi tonde)
[1] Lib. 3. c. 10.
[2] Lib. 6.
[3] Lib. I.
[4] Lib. 3.
[5] Lib. 7. c. 6.
[6] Loc. 3. cit.
[7] Lib. I.
[8] Sat. I.
[9] Fol.490 [del “Corpus Inscriptionum latinarum”.
L’iscrizione, riportata dal Can. M. Morgigni, in "Pagine sparse della storia civile e religiosa di Andria", tip. B. Terlizzi, Andria, 1919, pagg. 127-129, è la seguente: «P. CESELLIO: C. F. NUMERIANO. II. V. REIP. IIII. LEG. TRIB. Q. V. A. XLII. M. II. O. CESELL. F. ET. TIBURTIA. VX. INCOMPARAB. MOER. H.S.E.»].