C.Orlandi - Delle Città d'Italia e sue isole ...: ANDRIA

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da "Delle Città d’Italia e sue isole adjacenti compendiose notizie sacre, e profane"

compilate da Cesare Orlandi (1734-1779)
Accademico Augusto, Errante già Raffrontato,
e nella Regia Accademia Peloritana de' Pericolanti di Messina, detto "Lo Svegliato".

ANDRIA
Città nel Regno di Napoli
nella Provincia di Bari

del Sig. D. Riccardo Colavecchia (____ - ____)

Carta topografica del Murena del 1758 


INDICE

I Nomi, che si leggono distinti col carattere Corsivo, palesano i rispettabilissimi Magistrati, i quali hanno favorito di somministrare al Compilatore della presente Opera le richieste Notizie, ed altresì i particolari eruditi Soggetti, i quali dal proprio lor Pubblico sono stati prescelti a dar contezza di quel tanto, che dal medesimo si è ricercato. [pag. 391, 393]

ANDRIA (Sig. D. Riccardo Colavecchia [a pag 368 del III tomo l'Orlandi lo chiama "Illustrissimo Magistrato"]) pag. 65.
Sua situazione, estensione, e Gradi Polari - Stemma della Città - Origine:  pag. 65.
Sue vicende - Quando cominciasse ad esser nominata Città:  pag. 66.
Suoi varj Signori - Fiume - Poco distante dalla famosa Canne:  pag. 67.
Fabbriche:  pag. 68.
Stato Ecclesiastico della Città:  pag. 70.
Fatti memorabili accaduti nella Città, e suoi Contorni:  pag. 71.
Uomini illustri:  pag. 73.
Territorio di Andria, sua estensione, e fertilità:  pag. 78.
di che scarseggia - Miniere - Commercio - Corpo della Città come venga diviso:  pag. 79.
Famiglie nobili:  pag. 80.



La Città di ANDRIA, chiamata da Strabone Ætion, e dal Dizionario Storico Hætium, è situata nel Regno di Napoli, ed è Città principale della Puglia, nella Provincia di Bari.
Si estende da Levante a Ponente in figura irregolare, ma che molto si accosta alla circolare, ed ha la circonferenza di un miglio Italiano, e giusta le regole delle misure Geografiche stà nel grado 40., e minuti 20. di latitudine, e nel grado 35., e minuti 28. di longitudine nell’Emisfero Boreale. (1).
A riserva di poche strade, la Città per dentro è tutta carrozzabile. Ha quattro Porte, chiamate la Porta del Castello, della Barra, del Carmine, e di S. Andrea.
È circondata da bellissimi Orti, e Giardini, e gode dalla parte di Oriente la deliziosa Marina di Barletta, Trani, e Bisceglia, e dalla parte di Settentrione, Occidente, e Mezzogiorno, oltre la suddetta veduta de’ detti Orti, e Giardini, si gode un’estensione ben grande di Boschereccia.
Lo stemma della Città è un Leone rampante, che stà dritto sopra i suoi piedi, e colle branche si appoggia ad un albero.
L’origine sua è molto oscura, volendosi da alcuni Scrittori, che ella fosse edificata da Diomede, Capitano Greco, dopo la distruzione di Troia, in occasione che venne a situarsi colle sue Colonie nella Japigia, e propriamente nella Puglia Peucezia, a piè del Gargano, ove era l’antica, oggi distrutta Siponto. Altri vogliono che la fabbricasse Diomede Re dell’Etiolia, figlio di Tideo, e di Fillide, allorchè nel ritornar dall’assedio di Troia si ritirò in Puglia, per fuggire l’infedeltà di sua Moglie; e che avendola munita di Castello, circondata di mura, antemurali, fossi, e baloardi, le ponesse il nome di Andria, che in lingua greca suona Fortezza. Tutte cose incerte, e forse favolose. Il certo si è, che è nominata fra le antiche Città della Puglia. Si ha per costante tradizione, che fu onorata dalla presenza del Principe degli Apostoli, e colla sua Predicazione, allorchè venendo d’Antiochia si portava alla volta di Roma; in memoria di questo si osserva da molti secoli il costume di mantenere in cima del Campanile del Duomo uno Stile di legno ferrato, che testifica il passaggio, e dimora del detto Santo Apostolo in questa Città; anzi si conserva tra le Sacre Reliquie una lapide, su cui si vuole che celebrasse i Sacri Misterj con que’ primi Cristiani da Lui convertiti.
È certissimo però, che, essendo stata, secondo le varie incursioni delle Nazioni, variamente signoreggiata dai Goti, dai Vandali, e da altri Popoli, finalmente circa l’anno 1100. cadesse sotto il dominio di Dragone, o (come altri vogliono Pietro (2) Conte di Trani) Principe Normanno, e che da quel tempo cominciasse ad essere nominata nelle Storie, col titolo di Città, avendola il detto Principe cinta di mura in quella guisa, che al presente si vede, e di un alto antemurale distante venti passi Geometrici, che le gira attorno attorno a guisa di fossato, come si rileva non solo da alcuni Manuscritti, ma molto più da pubblici autentici Istrumenti scritti alla maniera di que’ tempi, e segnatamente da uno di essi stipulato sotto il dì primo Settembre 1104., in cui si assegna puranche il numero degli Abitanti dentro le mura, fino a venti mila Persone.
Nell’anno poi 1290. Fu signoreggiata da Raimondo Quintogenito di Carlo II. d’Angiò, chiamato il Zoppo, Re di Napoli, col titolo di Conte.
Nel principio poi del Secolo XIII. La signoreggiò la chiarissima Famiglia del Balzo (o de Baucia) col titolo di Ducato, che fino a’ giorni nostri ha sempre conservato, il di cui primo Duca fu Bertrando, che nel 1307. sposò Donna Beatrice d’Angiò, ultima figlia del predetto Carlo II., e di Maria, figlia di Stefano IV. Re d’Ungheria, Sorella di S. Lodovico, Vescovo d’Isola, e Vedova di Azzo di Este, Duca di Ferrara, della quale parleremo in appresso. Fra i Duchi di quest’illustre Famiglia vi fu il Duca Francesco IV. [? II], che ebbe per Moglie Donna Sveva Orsini, del quale pure dovremo in altro luogo parlare: Ebbe un figliuolo nominato Pirro, il quale visse disgustato col Padre lontano da Andria, cioè in Altamura, col titolo di Principe di detta Città, in cui terminò la chiarissima Famiglia del Balzo, appartenente al ramo de’ Duchi d’Andria. (3).
Estinta questa Famiglia, passò il dominio della Città in potere di Consalvo Fernando, Generale delle Armi del Re Cattolico, chiamato il gran Capitano nell’anno 1503.; ma nell’anno 1519. mancato Consalvo, fu concesso il Ducato di Andria all’illustre famiglia Caraffa, e propriamente ad uno de’ rami della Statera, dalla quale con pacifico possesso si è posseduta, e si possiede dall’odierno Sig. Duca Don Riccardo Caraffa.
In distanza di undici miglia dalla parte Settentrionale scorre il Fiume Aufido, volgarmente chiamato l’Ofanto, sulle di cui ripe si vedono pochissimi avvanzi di Canne, distrutta, celebre per la rotta de’ Romani dall’Esercito Cartaginese nella seconda Guerra Punica.


Rispetto alle Fabbriche, la maggior parte delle Case fino al primo appartamento nella facciata esteriore sono costrutte di sassi vivi, ben lavorati, e bianchi; ed il secondo, e terzo di bianco tufo, che si taglia, a cava dalle Miniere frequenti, ed abbondanti di tal materiale, il quale è di natura cedevole, ed atto aprendere qualunque forma; ma esposto all’aere, o freddo, o caldo, s’indurisce al paragon delle pietre. Sono anche notabili le profondissime, e spaziose Cantine, che rendono questa Città tutta vuota al di sotto.

Una mirabilissima Fabbrica degna di particolar menzione si ammira nel distretto di questa Città, distante da essa nove miglia alla parte Australe sopra un altissimo Colle, che confina cogli Appennini, chiamata Castello del Monte. Questa Fabbrica è composta di due Appartamenti superiore, ed inferiore, ciascuno de’ quali contiene quindici Cameroni, costrutta al di fuori di una pietra mischia di bianco, e rosso, e al di dentro tutta lavorata di gran pezzi, di raro, e finissimo marmo. Sono i Cameroni sostenuti da colonne di marmo tutte d’un pezzo, ognuna lavorata in tre; sicchè sembrano tre colonne unite insieme. Una Camera non riguarda nell’altra, se non se la sola porta, essendo quelle poste in giro. La doppiezza del muro della Fabbrica è di dodici palmi; l’altezza è di duecento scaglioni. Contiene di vantaggio un gran Cortile, in cui si vede una Pila, o sia Vaso di marmo bianco ottagono, di una grandezza che fa stupore, come siasi potuto trasportare nell’altezza di quel Monte, che è circa mezzo miglio. Il Portone è di una struttura maravigliosa, lavorato magnificamente di marmo a forza di scarpello, con prodigiosi scherzi dell’arte, avanti al quale sono due gran Leoni di marmo, i di cui crini sono così ben tirati, che sembrano naturali. Sono anche talmente ben compaginati i pezzi, che sembra essere tutto un pezzo; in somma tutto il lavoro per ogni sua parte può dirsi inimitabile. Non ci è stato possibile di ritrovar la memoria di chi sia stato l’Autore di questa Fabbrica. Molti de’ Periti vogliono, che sia Opera de’ Romani; ma per dire il vero, nulla vi è di somiglianza con l’antico fabbricar de’ Romani, ed è un altro ordine totalmente differente. È più probabile che sia stata fatta dai Normandi, attesocchè si scorge nell’alto di essa una Lapide, con un bassorilievo rappresentante una Donna vestita alla Greca incontrata da alcuni Guerrieri vestiti alla Normanda; ma questa non è congettura sufficiente, perché questa Lapide è posteriore al tempo dell’Opera principale, e si conosce esservi stata collocata per forza, coll’aggiunta dell’anno 1520. Da questo Castello si discuopre tutta l’estensione del Mare Adriatico, e tutta la Puglia in un sol punto, e serve per regolamento ai Marinari quando sono in alto Mare.

Oltre questa sì celeberrima antica Fabbrica, vi è un miglio distante dalla Città un insigne Badia di Monaci Cassinensi, che per la situazione, per l’ornamento, e per il disegno può contarsi fra le principali di tutta la Puglia. Il Tempio è sontuoso, e per più ragioni stimato nel Regno, ed è architettura del famoso Cavalier Cosmo. Questa Badìa ebbe principio nell’anno 1579., allorchè in una Grotta situata in una Valle, chiamata dagli Antichi Valle di S. Margherita, fu scoperta una miracolosa Immagine di Maria dipinta alla Greca col fanciullo Gesù nel suo grembo, la quale a forza di portentosi prodigj trasse a sé in concorso dei Popoli circonvicini, i quali con profondere larghi donativi, e numeroso denaro fecero cangiar quella Grotta in un maestoso Tempio, e in un Emporio di ricchezze bastanti a costruire la gran mole del Monastero, ed a dotarlo di ricco Patrimonio, ove si venera la detta Sagra Immagine, sotto titolo di S. Maria de’ Miracoli. È abitata questa Badìa da numerosa famiglia, e l’Abate fin dal tempo di Don Fabbrizio Caraffa III. Duca d’Andria, si chiama dai Successori di questa Famiglia.

La Fabbrica pure del Palazzo Ducale costrutto in forma d’una piccola Regia, dimostra la magnificenza, e il buon gusto.

Sono in Andria tre Capitoli di Ecclesiastici; cioè la Cattedrale composta di 54. Canonici, e cinque dignità, e ciascuno di questi gode la partecipazione di circa Ducati 160.. Vi sono poi altri Sacerdoti semplici, che servono la Chiesa, ai quali si dà il Canonicato per anzianità, e vi è ancora il Seminario, per i Chierici. Le altre due Collegiate sono pur anche ricche di rendite, sotto il titolo una di S. Nicola, l’altra della Santissima Annunziata, e queste dipendono tutte e due dalla Cattedrale. Nella Cattedrale si venera fino dal V. Secolo il S. Vescovo, e Protettore della Città S. Riccardo di Nazione Inglese, di cui se ne conserva l’intero Corpo. Vi è anche la Statua d’Argento rappresentante il suddetto S. Vescovo di un lavoro assai particolare, e forse unico nel Regno. Nell’istessa Chiesa fra le molto insigni Reliquie vi si conserva una delle maggiori spine della Corona del N. S. Gesù Cristo, sopra la quale in alcuni tempi con istupendo miracolo si vede scorrere qualche stilla di sangue, come si legge scritto intorno la Teca di argento, di antica scrittura, e si rileva ancora da Atti pubblici di autentici Notaj.
Questo ricco tesoro assieme con altre insigni Reliquie fu donato alla Cattedrale dalla sotraddetta Donna Beatrice d’Angiò, Moglie del prefato Bertrando, Duca d’Andria, Principessa nota per la sua Cristiana pietà, la quale morì in Andria nell’anno 1330. sul di cui Sepolcro si legge la presente Iscrizione:
Rex mihi Pater erat Carolus, Traterque Robertus
Loysiusque Sacer, Regia mater erat
Bertrandus thalamos non dedignata Beatrix
A quo deducta est Baucia magna Domus.
Si tangunt animos haec nomina clara meorum
Esto memor Cineri dicere pauca. Vale.

Nella Chiesa Collegiata della Santissima Annunziata si osserva il Sepolcro di un Principe, che quivi fece vita penitente da Pellegrino sconosciuto, ed arricchì quella Chiesa di molti beni, comprati coi denari, e gioje, che seco si era portate; sopra il cui Sepolcro vi è la seguente Iscrizione:
EXIGUUM HUNC SIBI TUMULUM
PATER JOANNES DE BOSNA
TERTII MINORUM ORDINIS SOLITAR
OPTAVIT
CONDITUS EST ANNO DOMINI 1519.
OBIIT DIE 20. NOVEMBRIS 1519.

Vi sono anche sette Conventi di varj Ordini Religiosi: Monasterj di Monache, Conservatorj di povere Donzelle, due Ospedali, e tre Monti di Pietà.


Tra i fatti degni di special ricordanza, occorsi in questa Città, e sue vicinanze, il primo si è quello seguito circa l’anno 1232. . L’Imperador Federigo II., conducendosi con tutta la sua Famiglia da Napoli in Barletta, ad effetto d’imbarcarsi per la spedizione di Terra Santa, giunto in Andria con Jole, o Violante Moglie del secondo letto, figlia di Giovanni di Brenna, Re di Gerusalemme, essendo gravida, sorpresa dai dolori del Parto mancò di vivere, dopo aver dato alla luce un figlio Maschio, che al Sagro Fonte fu chiamato Corrado, che poi successe nell’Impero al suo Padre, e fu sepolto in Andria in un Tumulo nel sotterraneo della Cattedrale, dove si vuole, che fosse anche sepolta l’Imperatrice Isabella figlia del Re d’Inghilterra, sposata in terzo letto dal medesimo Imperadore, morta in Foggia nell’anno 1241., e per ordine del medesimo Imperadore condotta in Andria per esser sepellita colle ossa della suddetta Jole sua seconda Moglie. Questo fatto vien confermato da gravi Autori delle Vite de’ Re di Napoli, e precisamente da Bastiano Biancardi, chiamato ancora Domenico Lalli; E comecchè il Popolo di Andria dimostrò tenerezza, e cordoglio per la morte dell’Imperatrice Jole, l’Imperadore per mostrar loro il suo gradimento, pronunziò il seguente verso Esametro, che stà inciso in una delle Porte maggiori della Città:
Andria fidelis nostris affixa medullis.

Degno puranche di memoria è l’altro fatto successo nell’anno 1503. Ai 13. Febbraio, quando i Francesi tentarono d’impadronirsi del Regno, e prima che fossero cogl’Italiani venuti a formale battaglia, vennero a contesa alcuni Officiali Italiani, con altri Officiali Francesi intorno al loro valore; sicchè furono deputati tredici Italiani, sotto la condotta del gran Capitano Consalvo di Cordova, Generale delle Armi Spagnuole, che fu poi Duca d’Andria; e 13. Francesi sotto la condotta di Monsieur d’Obegny, Generale delle Armi Francesi, alla bravura de’ quali si rimisa la gloria delle loro respettive Nazioni. L’attacco seguì fra Andria, e la terra di Corato, Giurisdizione del medesimo Duca d’Andria, ed essendo rimasti gl’Italiani Vincitori, fu terminata la Guerra, e le pretensioni de’ Francesi sopra il Regno. Parlano di questo fatto Giambattista Cantalicio, Vescovo d’Adri: Francesco Guicciardini nel lib. 5. della Storia d’Italia: Paolo Giovio nel lib. 2. Della Vita di Consalvo di Cordova, ed infiniti altri Autori; e nell’istesso luogo del combattimento si legge la seguente Iscrizione:
Quisquis es, egregiis animum si tangeris ausis
Perlege magnorum maxima facta Ducum.
Hic tres, atque decem forti concurrere campo
Ausonio Gallis nobilis egit amor.
Certantes utros bello Mars claret, & utros
Viribus, atque animis auctet, alatque magis.
Par numerus, paria arma, pares ætatibus, & quos
Pro Patria pariter laude perisse juvet.
Fortuna, & virtus litem generosa diremit,
Et, quæ pars victrix debuit esse, fecit.
Hìc stravere Itali justo in certamine Gallos,
Hìc dedit Italiæ Gallia victa manus.

OPTIMO MAXIMO EXERCITUUM DEO
FERDINANDUS CARACCIOLUS ÆROLÆ DUX
CUM A PHILIPPO REGUM MAXIMO
NOVI ORBIS MONARCA
SALENTINIS, JAPIGIBUSQ. PRÆFECTUS IMPERARET
VIRTUTIS, ET MEMORIÆ CAUSA
OCTUAGINTA POST ANNOS PONI CURAVIT
ANNO A CHRISTO DEO NATO MDLXXXIV.


Gli Uomini insigni per Santità furono FRANCESCO DEL BALZO, o DE BAUCIA, Quarto Duca d’Andria, di cui abbiamo parlato di sopra. Questi più ricco di virtù Cristiane, che di gloria ereditata dagli Avi, unì allo splendore del Ducato quella della soda pietà, e della perfezione Evangelica. Nell’anno 1398. diè principio alla Fabbrica dei PP. Domenicani, e ridottala a termine visse quivi in qualità di Terziario fino all’estremo della sua vita, esercitandosi nei ministerj più vili, anche della cucina, santamente se nemorì nell’anno 1442. [? 1482]. Il suo corpo si conserva intatto in un Deposito, sopra di cui vi fu eretto fin d’allora un mezzo busto di marmo in abito di Terziario qual visse, sotto di cui si legge:
FRANCISCUS DE BAUCIA DUX ANDRIÆ 1442.

Non minore fu la Santità di DON VINCENZIO CARAFFA, Terzogenito di Don Fabbrizio Caraffa, Terzo Duca d’Andria, e da Maria Caraffa, Sorella del Principe di Stigliano, il quale dopo aver dato saggio di eroiche virtù nello stato secolaresco, nell’anno 19. di sua età entrò nella Compagnia di Gesù, dove visse santamente, ed ascese a tal grado di riputazione, e di meriti, che nell’anno 1645. fu eletto a pieni voti Generale dell’Ordine, e nel 1649. passò all’altra vita in opinione comune di Santità. Ne scrisse la vita il Padre Daniello Bartoli, ed è stampata in Bologna, dove lo stesso Autore dà saggio della Santità della vita anche di Maria Caraffa sua Madre, rapportando i prodigj, che Dio si compiacque operare per i meriti di questa sua Serva a prò di questo Popolo ne’ gravi, e più urgenti bisogni.

Non è da tralasciarsi neppure DON SCIPIONE CARAFFA, Quartogenito de’ suddetti Coniugi, che assunse l’Abito Cassinense, sotto nome di Padre D. Luigi, e morì in gran concetto di Santità, ed il suo corpo si serba in luogo appartato, nella Chiesa di San Severino di Napoli, e nella Sagrestìa evvi un Quadro, che Lui rappresenta, con in mano il Santissimo Crocifisso.

Fra gli Uomini, che si segnalarono nelle Armi, uno ve n’è assai celebre, e fu Don VINCENZIO CARAFFA, Secondogenito di Fabbrizio, Primo Duca d’Andria. Questi avendo preso l’Abito di S. Gio: Gerosolimitano, nell’assedio di Malta, a sue proprie spese assoldò 500. Fanti, andò a scorrere quell’Isola, e si procacciò somma gloria in quell’azione col suo prode valore; onde meritò poi la Gran Croce, il Priorato di Ungheria, ed il Generalato delle Galere della sua Religione, nella qual carica si portò tanto valorosamente il giorno della Battaglia Navale a Lepanto nel 1571. sotto la condotta di Don Giovanni d’Austria, Fratello del Re di Spagna, che il Re medesimo nell’impresa di Portogallo lo creò Colonnello di tre mila Fanti, ed uscitone vittorioso, ottenne la carica di una Compagnia di Cavallerìa nella Fiandra. Tornato dalla Fiandra in Napoli, venne onorato col titolo di Consigliere di Stato, e fu eletto Maestro di Campo Generale della Fanterìa Italiana nel Piemonte. Indi portossi in Malta, dove nell’anno 1583. fu eletto Gran Maestro dell’Ordine, e pieno di gloria se ne morì nell’anno 1589.


È gloria di Andria il contare per suoi Cittadini i seguenti Letterati Soggetti, riferiti da Bernardino Tafuri nella sua Storia degli Scrittori nati nel Regno di Napoli (4).

Il Padre FRA PIETRO DI ANDRIA, erroneamente detto di Atri da Niccolò Toppi nella sua Biblioteca Napolitana (5), onorò non meno la sua Patria, che la sua Religione Domenicana, nella quale risplendè in grado d’insigne Teologo, e di famoso Predicatore. Fu assai accetto al Re Carlo II. di Napoli, ed al Sommo Pontefice Clemente V., il quale nel 1306. lo dichiarò Vescovo di Vico Equense, che resse per anni dieci con somma prudenza, e zelo. Fanno di esso onorata menzione l’Ughelli (6), il Padre Fontana nel Teatro Domenicano (7), S. Antonino nelle sue Storie (8), il Lusitano nella sua Cronica, il Plodio (9), il P. Altamura nella Biblioteca Domenicana (10), Monsignor Cavalieri nella Galleria Domenicana, ed altri. Scrisse:
De perfectione Vitæ Spiritualis.
Lectura super Joannem.
Lectura super tertium Nocturnum Psalterii.
Collationes de Oratione Dominica, & Symbolo.
Collationes Dominicales, & Festivæ.
Collationes de decem Præceptis.

Il Padre Fra GIUSEPPE ACCETTA dell’Ordine de’ Minori Osservanti, Filosofo, Teologo, e Poeta Latino stimabile. Compose un Poema in verso esametro, in cui cantò le gloriose gesta del Patriarca S. Francesco, il qual Poema divise in dieci Libri; ma non sappiamo se mai uscito sia alla pubblica luce. Ne fa menzione il P. Bonaventura da Tagiano [? Fasano] nella sua Opera intitolata = Memorabilia Minorica Provinciæ S. Nicolai Ordinis Minorum Regularis Observantiæ (11). Così dic’egli: P. Josephus Accetta Andriensis egregius Poeta scripsit vitam, & miracula S. Francisci, Opus in decem libros distinctum carmine heroico latino. Parla parimenti di questo soggetto il P. Luca Wadingo nel libro de Scriptoribus Minorum. p. 230.

FRANCESCO DEL BALZO Conte di Monte Scaglioso, e Bisceglia, Duca di Andria &c. di cui si è di sopra parlato. Non solo fu Uomo ornato di dottrina, ed erudizione, e di esemplari costumi; ma salì altresì nel credito di uno de’ primi Capitani del Secolo. Ne diede di ciò chiaro argomento nell’ajuto opportuno, che prestò al Re Ferdinando di Aragona, e nella valorosa difesa, che fece della Città di Andria, stretta da un Assedio da Gio. Antonio Orsini Principe di Taranto; onde fu dal sopradetto Re impiegato in gravissimi affari del regno. Scrisse: Historia Inventionis, & Translationis gloriosi Corporis S. Richardi Anglici Confessoris, & Episcopi Andriensis.
Fu questa Storia pubblicata la prima volta dall’Ughelli nel Tomo IX. [? VII] dell’Italia Sacra, parlando de’ Vescovi di Andria; dal Bollando nella gran Raccolta degli Atti dei Santi del Mese di Giugno. Molti altri Scrittori fanno onorata menzione di Francesco del Balzo.
Scrisse inoltre: De situ Corporis S. Francisci Assisiensis Epistola Francisci de Baucio Ducis Andriæ. Ad Reverendissimum, atque ornatissimum D.D. Andriensem Episcopum.
In più Opere si legge stampata questa lettera, come nel Libro 4. della Storia Serafica del P. Ridolfo da Tussignano; e nell’altra del P. Enrico Sedulio; nel Corpo degli Opuscoli del Patriarca S. Francesco; e nel Tomo I. anno 1230. pag. 416. num 4. degli Annali francescani del P. Luca Wandingo.

Il Padre GIOVANNI BALLAINI dell’Ordine de’ Minori Conventuali, nato in Andria, fu insigne Filosofo, e Teologo, e celebre Interprete delle Opere dei SS. Padri; specialmente si applicò nelle Opere di S. Bonaventura, avendole rincontrate con parecchj MSS. dalla sua diligenza in diverse Librerie scoperti, e così le diede alla pubblica luce, per mezzo delle Stampe. Furono le sue fatiche in modo applaudite, e ben ricevute dagl’intelligenti, che volendo il Sommo Pontefice Sisto V. far ristampare le Opere di S. Bonaventura, non volle servirsi di altra Edizione, se non di quella del Ballaini. Lo stesso fece anche il celebre Angiolo Rocca, allorchè impegnossi di far ristampare le Opere del suddetto Santo Dottore.

FLAVIO GIUGNO, il quale in età di anni 32. fu chiamato in Toscana da quel Gran-Duca in qualità di Medico, nella cui scienza si era molto accreditato. Fra le molte Opere da Lui composte, una ve ne ha molto apprezzata dai Letterati, col titolo di Centum Veneres, seu Lepores, che sono cento Epigrammi Latini di un gusto isquisito, stampati in Firenze, Roma, Napoli, Trani, e Venezia nell’anno 1585.. Se ne morì poi in Andria nel 1540.[? impossibile perché scrisse il testamento nel 1621, con una postilla nel 1622], e fu sepolto nella Chiesa de’ PP. Agostiniani, colla seguente Lapide.
OSSUA, ET CINERES FLAVII JUNII … … 1540

BERNARDO TESORIERO, una delle primarie Famiglie di Andria, si fece distinguere colle sue Opere intitolate = Cronicæ Rerum Italicarum, in 8. Tom. 4., citato più volte dal celebre Lodovico Muratori; terminò la sua vita verso la fine del Secolo XVI.

In questo corrente Secolo [XVIII] si è reso noto il Giureconsulto DOMENICO GENTILI, assunto alla Cattedra della Giurisprudenza in Napoli nell’anno 1730.. Lasciò testimonj del suo sapere in alcune Opere Giuridiche, stampate dopo la sua morte, col titolo = DOMINICUS GENTILI ANDRIÆ NON IGNOBILIS URBIS.

Nel principio di questo stesso secolo ha fiorito FLAVIO GURGO, di cui se ne citano nella Gran Vicaria, e Consiglio di Napoli le Decisioni; e non meno è stato celebre DOMENICO ANTONIO DE’ DONI, morto nel 1754.

Diede anche questa Città i natali a CORRADO, figlio di Federigo II. Imperatore, se dobbiamo credere alla tradizione, e a quel che ne riporta Sebastiano Biancardo nella sua Storia.

Il Territorio di questa Città è vastissimo; talchè dalla parte Australe si estende miglia venti; da Levante circa miglia sei; dal Settentrione miglia otto; e dal Ponente miglia sette. Produce copiosi Greggi di Bovi, Vacche, Giumenti, Cavalli, Muli, ec. Sorgendo dalla parte Australe un infinito numero di Quercie, dalle quali, oltre il legname, e la ghianda, se ne ricava quantità di galle finissime, che vengono a prenderle i Veneziani per tingere le Lane, e le Sete.
Produce il Territorio abbondantissimi, e squisitissimi vini, e gran quantità di dolcissime amandole, e dagli uni, e dall’altre se ne ricava un profitto assai notabile. Vi è anche un’estensione considerabile di Terreno inculto, dove calano dall’Abruzzo i Greggi Pecorini nell’Inverno, e vi producono notabilissima abbondanza di formaggi, e Agnelli, donde la Città ne ricava il maggior peculio, oltre la gran quantità de’ formaggi, che si ricavano dalle Vacche, volgarmente detti Casciocavalli, quali si tengono in maggior pregio de’ Pecorini. Abbonda di frutti d’ogni genere, di un ottimo sapore, e specialmente di Uve, che sono assai abbondanti. Produce ancora questo Territorio in molti Colli infinite piante di Timo, e Citiso, il di cui fiore è di pascolo graditissimo alle Api, cosicchè il mele, che indi si ricava non cede a qualunque altro del Regno in sapore, e in nitidezza, e le cere sono assai ferme, e durevoli.
Scarseggia poi di Ulivi, perché il terreno non è atto a produrne in abbondanza, sebbene que’ pochi, che vi allignano producono squisite frutta. Scarseggia puranche nelle acque; talchè in tutta la sia estensione non si trova veruna Sorgente, nè vi sono altre acque, che quelle delle numerose Cisterne cavate tanto in Città, che in Campagna; dimodocchè nelle occorrenze delle Stagioni aride, si trovano i Cittadini di Andria in estremi bisogni.
Sono in questo Territorio varie Miniere di Argille bianche, e nere, donde gli Artefici cavano un notabil guadagno, per i vasi, che riescono assai gentili. Si tralasciano le Miniere de’ Sassi, che si trovano ne’ Boschi, a somiglianza di Marmi, da’ quali si forma la maggior parte del lavoro per la costruzione delle Case; siccome ancora di alcuni Graniti, che ridotti in lavoro, hanno il loro pregio.
Molto guadagno ricavano pure le Donne dall’industria delle Tele, che vengono a prendere i Mercanti forastieri, per trasportarle anche fuori del Regno, essendo assai durevoli, e finissime.

Il Corpo della Città vien diviso in tre Ceti: Nobile, Civile, e Plebeo. Non può veruno essere aggregato al primo Ceto, se non dopo aver concludentemente provato di esser vissuto in qualità di Famiglia Civile per lunga serie di anni, e di essersi impiegato a servizio dell’Università in varj onorevoli Uffizj pubblici, per elezione del Consiglio. L’aggregazione dipende dal beneplacito, e libero voto di tutto il Corpo della Nobiltà, unitamente con quello del Duca, senza contradizione di veruno di essi Nobili, tenendo a tal fine, e per ogni altro suo Congresso eretti in essa Città due Sedili, chiamati i Seggi de’ Nobili. Il numero delle Famiglie Nobili sarebbe assai grande, ma sono quasi tutte fuori di Città, o perché hanno dovuto trasferirsi altrove, per cariche, ed uffizj ottenuti; e però tra le Famiglie primarie esistenti si annoverano:
Accetta – Chio – Colavecchia – Conoscitore – Curtopassi – Leccisi – Marchio Palladini – Miti – Politi – Spagnoletti – Tesorieri – Tota – Triuli – Tupputi – Zaccaro.

stemmi delle più importanti famiglie nobili andriesi nel Settecento

[estratto da “Delle Città d’Italia e sue isole adjacenti compendiose notizie sacre, e profane”, a cura di Cesare Orlandi, Stamperia M. Reginaldi, Perugia, 1772, Tomo II, pag 65-80]

NOTE
(1) L’estensione fatta da’ Geometri è di 1020. passi di circonferenza, non comprese le fossate, e gli antemurali.
(2) GOTTOFREDO MALATESTA. Cron. Normand.
(3) Isabella, figlia di Pirro, fu data in Isposa a Federigo III. Re di Sicilia, nata in Andria.
(4) Bernard. Tafuri. Storia degli Scrittori nati nel Regno di Napoli. Tomo II. Part. II. Tomo III. Parte II. Tomo III. Parte V.
(5) Niccolò Toppi. Biblioteca Napoletana. pag. 245.
(6) Ughelli. Italia Sacra Tom. VI.
(7) Fontana. Teatro Domenicano, Parte I. Cap. V. Tit. 654. num. 2.
(8) S. Antonin. Storie, Parte III. 18. Cap. 10.
(9) Plodio. Parte II. lib. 1.
(10) P. Altamura. Biblioteca Domenicana. Anno 1280.
(11) P. Bonavent. Parte 2. lib. 3. pag. 226.