Cena in Emmaus e San Paolo - di O. Bramante, 1985

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La "Cena in Emmaus" e il "San Paolo"
due dipinti sacri di Onofrio Bramante del 1985

Percorso museale virtuale

Nel 1985 Onofrio Bramante (1926-2000) eseguì in Andria diverse opere a carattere religioso, come la seguente "Cena in Emmaus" per la Chiesa del SS. Sacramento e il  "San Paolo" per l'omonima chiesa di San Paolo Apostolo (più in basso riprodotta e illustrata). Nella Sala Consiliare del Comune di Andria realizzò un "Crocifisso" e un'opera a carattere storico: l' "Allegoria storica".

Cena in Emmaus, olio su faesite di Onofrio Bramante 1985
[ "Cena in Emmaus", olio su faesite di Onofrio Bramante 1985 - foto Giuseppe D'Ambrosio, 2015]

Cena in Emmaus
olio su faesite di Onofrio Bramante

L'autore Onofrio Bramante parla della sua opera, il giorno della presentazione
[ 1985 - (archivio O. Bramante)]

Il dipinto realizzato nel 1985 con pittura ad olio su faesite di 220 x 172 centimetri, affisso sulla parete sinistra della zona presbiteriale della chiesa del SS. Sacramento di Andria, raffigura due momenti più salienti e suggestivi della vicenda raccontata da Luca nel suo vangelo.

- In primo piano la scena è illuminata dal momento culmine della cena, quando Gesù benedice e spezza il pane, così come aveva fatto celebrando la Pasqua prima di recarsi nel Getsemani: i due discepoli trasaliscono all'indimenticabile gesto e riconoscono in lui il Cristo, del quale avevano dubitato la resurrezione.

- In secondo piano (nell'angolo in alto a sinistra) le ombre sono disperse dal ricordo di quanto è accaduto poco prima, quando Gesù, non riconosciuto perché del tutto inatteso essendo morto, affianca i due discepoli sulla strada per Èmmaus, si unisce alla loro conversazione, che verteva proprio sugli ultimi eventi accaduti a Gerusalemme, tanto dolorosi e deludenti per loro che avevano visto esterefatti il loro Maestro messo a morte. (Per una migliore lettura del dipinto in nota si riporta il testo del Vangelo, nella traduzione italiana della CEI del 2008) [1]

A lato si riporta la foto scattata il giorno della presentazione dell'opera nella chiesa del SS. Sacramento: l'autore, il pittore Onofrio Bramante, ne parla al vescovo del tempo mons. Giuseppe Lanave e ai fedeli tutti. [L'immagine è stata tratta (nel 2015) dal sito italiano dedicato all'autore, wwww.onofriobramante.com]

L'aula della chiesa del SS. Sacramento di Andria
[ L'aula della chiesa del SS. Sacramento di Andria; nella zona presbiteriale il dipinto del Bramante - foto Giuseppe D'Ambrosio, 2015]


San Paolo apostolo

cappella laterale del SS. sacramento con il dipinto di O.Bramante del 1985
[ cappella laterale del SS. Sacramento in S. Paolo apostolo, con il dipinto di O.Bramante del 1985 - foto S. Di Tommaso, 2015]

Affascinante è anche il dipinto che raffigura San Paolo apostolo, realizzato come il precedente nel 1985 ad olio su faesite di 220 x 172 centimetri, e collocato sulla parete sinistra della cappella del SS. Sacramento nella chiesa di San Paolo Apostolo di Andria.

San Paolo apostolo - olio su faesite di Onofrio Bramante - 1985
[ "San Paolo apostolo" - olio su faesite di Onofrio Bramante - 1985 - foto S. Di Tommaso, 2015]

L'Apostolo è rappresentato nella sua caratteristica impetuosità, addolcita e convertita all'annuncio dell'Evangelo non in una vasta agorà, ma in un androne popolare tra la gente comune, tra operai e famiglie sorprese ad assolvere le fatiche del giorno. La sua mano destra è aperta e alzata, quasi a voler infondere conforto e fiducia nei convenuti, a rassicurare che il Signore ascolterà le loro invocazioni se praticheranno la sua Parola; evidenzia ai presenti che d'essa egli si nutre e al petto stringe il libro-emblema, trattenendolo fermamente col braccio sinistro.

E dalle sue labbra fluisce spedito un ininterrotto rivolo di frasi incisive, che illustrano nel concreto del quotidiano il comandamento dell'amore:
"... Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte.
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!
Ricercate la carità. ..." [2]

Attoniti tutti lo ascoltano coi visi protesi al Verbo che l'Apostolo va tenacemente propagando; e la donna presso il vecchio par che gli dica "Ma senti un po', quanto vero amore, comprensione e solidarietà c'è e può esserci tra noi!" ... e mentre alcune mamme trattengono i capricci dei bimbi per non perdere neppure una parola, l'uomo seduto presso i cesti frena i sussurri dell'amico, che pur vorrebbe solo confermargli la saggezza di quanto Paolo va annunciando.

Dall'opuscolo sotto citato di Pietro Petrarolo riporto alcune brevi riflessioni sull'arte del Bramante:
"Ritendo che più di quello che potrei dire io in maniera modesta, eloquente e centrato è il giudizio di una personalità ecclesiastica, Mons. D'Erchia, e di un critico d'Arte, Amanzio Possenti.
Scrive Mons. Antonio D'Erchia, vescovo di Monopoli, parlando dell'arte sacra dell'Artista: «Il Bramante espone la Storia della salvezza con l'esplicito intento non di perseguire l'arte per l'arte, anche se felicissima per l'alta tecnica ed ispirazione, ma di portare all'uomo di oggi il "Messaggio d'amore" di Dio, per una convivenza civile, fraterna e di pace».
Il critico bergamasco Amanzio Possenti, invece, spaziando in tutta la fertile e poliedrica produzione del Bramante, si esprime nei seguenti termini: «L'aspetto nobile della pittura di Onofrio Bramante sta nell'impegno culturale; alla sua radice c'è il bisogno di "dire per coinvolgere", di raccontare affinché la testimonianza non sia soltanto pittorica, ma anche fonte di dialogo, di ricerca, di sensibilità interpretativa e storica; le sue opere sono un "libro parlante"».
Mi si permetta tuttavia di dissentire dal Possenti, quando egli afferma che si tratta, in alcuni soggetti, di epigoni di un linguaggio espressivo disincantato; per quel che sono andato dimostrando, mi pare che si debba parlare di prodromi di un ripristinato linguaggio pittorico, commosso ed autentico, che si avvale della chiarezza di espressione, sia attraverso la ricchezza cromatica e grafica, sia attraverso la spazialità di sintesi del quadro, sia attraverso la interpretazione della storia divina o umana che sia, in modo che il suo «libro parlante» possa essere letto senza la intermediazione di astruse e talora incomprensibili verbosità critiche."

[tratto da "Il rapporto tra pittura e storia nel neo-umanesimo di Onofrio Bramante" di Pietro Petrarolo, Grafiche Guglielmi & C snc, Andria, 1986, pagg. 12-13.]

NOTE

[1] "Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane."
[trascritto dal testo in italiano della CEI del 2008, vangelo di San Luca, cap. 24, vv. 13-35]

"La storia dell’apparizione del Risorto ai due discepoli che il giorno di Pasqua si trovavano in cammino verso Emmaus ... costituisce uno dei momenti più suggestivi sia a livello letterario sia a livello dottrinale. È la seconda testimonianza della risurrezione di Gesù. È un racconto originale ... sotto diversi aspetti. Si tratta di un’appari­zione «lungo la strada» a due discepoli che non apparten­gono al gruppo degli «Undici» o delle «donne», ma sono molto vicini agli Undici. In confronto con gli altri racconti evangelici di apparizioni, questa pericope è del tutto singo­lare, al punto che ci si chiede se si può ancora parlare di «apparizione»: i due discepoli non hanno visto il Risorto, ma un viandante straniero, e poi, sul punto di riconoscerlo, non hanno visto più nessuno. Questo dato significativo col­loca il racconto a un altro livello di comprensione rispetto alle apparizioni di Gesù agli Undici: è l’esperienza di Gesù risorto caratteristica non più dei primi testimoni, ma delle generazioni successive. Questa apparizione ai due di Em­maus inaugura l’era dei discepoli che non hanno avuto e non avranno il privilegio della presenza fisica di Gesù."
[tratto da "A Tu per Tu con la Parola" Parrocchia “San Nicola di Bari” Pentone (Cz), in "Qumran2.net"]

[2] Dalla 1a lettera di San Paolo apostolo ai Corinti, cap.12, v.31; cap. 13, vv. 1-13; cap.14, v.1.