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I restauri tra leggenda e realtà
Giambattista De Tommasi
(stralcio)
... ... ...
L'enigma
Le origini di Castel del Monte, gli anni della sua costruzione, la sua originaria destinazione,
costituiscono alcuni degli interrogativi più appassionanti che la storia ci ha lasciato.
Eppure la grandiosità strutturale ed architettonica del Castello,
compendio della cultura artistica dell'epoca ed anticipatrice per tanti versi
dei nuovi fermenti della Rinascenza, la perfezione geometrico-matematica
di tutti i suoi elementi, con l'uso di misure connesse
con l'astronomia
[39],
la cura con cui ogni dettaglio è stato studiato per impressionare l'ospite,
offrendogli un complesso imponente e lussuoso in ogni sua parte,
la perfezione tecnologica dei suoi impianti, progettati organicamente a tutto il complesso,
e più ancora l'imponenza con cui prepotentemente si impone nel contesto ambientale
fino ad essere visibile da gran parte delle città più importanti della Puglia dell'epoca,
testimoniano l'attenzione particolare rivolta a questo complesso dal suo Ideatore,
grande almeno quanto l'apparente «indifferenza» con la quale i contemporanei,
a giudicare dalla assoluta mancanza di testimonianze, accolsero l'opera.
D'altra parte le diverse ipotesi avanzate in questo secolo sulle sue origini non hanno,
in genere, superato la verifica diretta sul monumento, specie mano a mano
che la sua conoscenza aumentava: trascurando altre fantasiose proposte,
si è passati infatti dall'ipotesi di Castel del Monte «luogo fortificato» a quella più recente
e generalmente accettata, di «dimora regale di caccia».
Com'è noto, infatti, l'assoluta mancanza dei requisiti indispensabili per un'opera fortificata,
in particolare di mezzi di difesa (ponte levatoio, caditoia, fossato, freccere),
oltreché l'eccessivo ed inutile lusso di tutte le sale, senza la necessaria dotazione
di depositi, cantine, segrete, ecc., hanno da tempo ormai escluso la possibilità
di una originaria destinazione a «Castello», inteso nel senso più tradizionale del termine.
Più convincente anche se ancora discutibile è l'ipotesi di un Castello di caccia,
nel quale peraltro inspiegabilmente non sono state previste stalle per i cavalli,
il cui ingresso è, anzi, impedito dalla presenza delle scale esterne nonché
dalle dimensioni della porta di accesso tra la prima e la seconda sala
prima dell'ingresso nel cortile.
D'altra parte, non molto diverse sono le considerazioni che si possono fare
su Castel del Monte «luogo di delizie» in cui Federico II veniva a trascorrere
i brevi periodi di riposo della sua vita: c'è da dire infatti che malgrado
la perfezione architettonica del complesso, la grandiosità delle sale,
il Castello appare notevolmente scomodo per una corte certamente numerosa
quale era quella del Grande Svevo tanto da dover pensare che buona parte
del seguito sarebbe stata costretta a bivaccare in tenda.
Né le indagini svolte sulla gerarchia delle sale e dei percorsi è di grande aiuto
nell'individuare la sua matrice progettuale in relazione ad un uso specifico;
anzi più si approfondiscono questi temi più l'elemento funzionale
appare insufficiente a spiegare l'origine di un simile complesso,
quasi che esso persegua un ideale di perfezione e bellezza più che una reale utilizzazione.
Da qui l'ipotesi che il Castello possa essere stato immaginato come un simbolo,
imponente e visibile, che contenesse in sé quanto di meglio la cultura dell'epoca
era stata in grado di esprimere in tutti i campi: architettonico, matematico,
filosofico, astronomico, tecnico e tecnologico, una «Summa», un punto fermo,
che l'illustre Svevo volle edificare nella parte del suo Impero a Lui più cara
a testimonianza della grandezza Sua e del Suo Regno.
Questa ipotesi, solo apparentemente in contraddizione con quanto illustrato fino ad ora,
è però quella che ad una analisi più approfondita può dare una spiegazione
ai tanti dubbi cui si è fatto cenno.
Il Castello, infatti, spogliato dai suoi contenuti funzionali,
di incerta e difficile individuazione, assume i caratteri di un «Museo» ante litteram,
che può anche essere stato utilizzato occasionalmente come dimora reale
per brevi soggiorni, per la quale comunque tutto era stato studiato,
ma che trova la sua matrice progettuale in qualcosa di molto diverso e ben più importante!
Si direbbe anzi che la sua apparente «inutilità» legata alla mancata presenza
di una «chiara funzione» è dimostrata proprio dagli eventi immediatamente successivi
alla morte di Federico II, infatti, come si è detto, pare sia stato proprio Manfredi
nel 1256, quando cioè era ancora nel pieno fulgore del suo Regno e la catastrofe
di Benevento ancora lontana, ad utilizzare il Castello per la prima volta come prigione.
Invero è un po' difficile immaginare che il Re potesse cambiare destinazione
ad un simile complesso da poco terminato e per una destinazione peraltro
del tutto impropria — tenuto anche conto che certamente all'epoca non erano certo
le carceri a mancare! — mentre tutto appare più spiegabile nell'ipotesi
che egli cercasse una utilizzazione pratica per quella «COSA»,
voluta dal suo predecessore ma incomprensibile e quindi inutile per lui come per i suoi contemporanei.
E forse non è un caso che ancora oggi Castel del Monte,
certamente anche in questo unico tra tanti complessi monumentali,
conservi una propria «vita» anche senza una «apparente» destinazione.
[da "I restauri tra leggenda e realtà" di Giambattista De Tommasi, in
"Castel del Monte" , Adda Editore, Bari,
1981, pagg.138-140,144]
NOTE
[39]
Vedi nel presente volume il contributo di A. Tavolaro.