S.Nicola e la vicenda degli ufficiali di Costantino

Contenuto

Πράξεις τοῦ ἁγίου Νικολάου ἐπισκόπου Μύρων τῆς Λυκίας.
Acta S. Nicolai Episcopi Myrorum
Atti di San Nicola vescovo di Myra (città) della Licia.

Premessa

Dal sotto citato testo settecentesco in latino dell’allora Arcivescovo di Santa Severina (KR) Nicolò Carminio Falcone (1681-1759), da lui riportato molto fedele all’originale greco del manoscritto vaticanense, si trascrive e si traduce un importante episodio storico vissuto da San Nicola durante il suo episcopato a Mira, in quanto ai critici è apparso molto veritiero per i dettagli che solo un contemporaneo ed addentrato nei fatti di corte poteva conoscere. In questo documento, tra l’altro, si racconta l’incontro di San Nicola con tre strateghi-comandanti al servizio di Costantino, il salvataggio dalla decapitazione di tre innocenti ingiustamente accusati di sedizioni in un villaggio presso Myra e, successivamente, il salvataggio da sicura morte degli stessi Comandanti, anch’essi ingiustamente accusati di congiura contro l’Imperatore [1].


S. Nicola e la vicenda degli ufficiali di Costantino

[“Praxis de Stratelatis”]

ex unico & veteri Codice Membranaceo Vaticano n.121, trascritto da N.C.Falconius.

[trascrizione del testo originale in latino] [traduzione]
1. Temporibus, quibus Constantinus imperator imperabat, a Taiphalis in Phrygia, seditio quædam conflata est: quæ ut ad Imperatorem Constantinum delata fuit; is protinus tres copiarum duces misit, Nepotianum, Ursum, & Herpylionem, sic nuncupatos; & cum eis pariter, ipsis subjectos milites. Qui solventes e littore felicissimæ urbis Constantinopoleos; in Lyciorum Provinciam appulerunt, in portum oppidi Andriacis (quæ a Myrorum metropoli tribus milliaribus distat) & descenderunt illuc; quod eis haud prospere cederet navigatio.
Cum eis autem descenderunt nonnulli milites, ut cibos sibi compararent, quibus reficerentur. Cum hi vero militari licentia, res accolarum diriperent, eosque vexarent; seditio orta est in loco qui Placoma dicitur, quod vicinum Metropoli est Myrorum: ac propterea adversus eos, tanquam in indisciplinatos, seditio orta est.
Quæ ubi rescivit, sanctæ illius Ecclesiæ, sanctus Dei Episcopus Nicolaus; confestim se contulit Andriacen, ubi eum omnes sunt venerati; etiam tres illi Duces, dum rescierunt. Qui interrogati ab eo, responderunt: «Nos pacifici hic sumus; ad bellum autem alio properamus.» Et tunc ipse invitavit eos ut in civitatem secum reverterentur, ibi a se suas eulogias accepturi. Illi igitur suos jusserunt pacate degere, & dum profectionem parant, nequidquam amplius comparare.
Quidam autem e civitate adventantes, postquam Sanctum adoraverunt, dixerunt ei: «Si in civitate fuisses, Domine, tres utique viri non fuissent, indicta causa, plexi capite. Commodus namque Prætor, tres comprehendit viros, eosque gladio jussit percuti. Porro universa civitas multum deploravit, te illic non adfuisse.»
Nei tempi in cui governava l’imperatore Costantino, in Frigia una certa ribellione fu fomentata dai Taifali: appena essa fu riferita all'imperatore Costantino, questi inviò immediatamente tre στρατηλάτης, comandanti chiamati Nepoziano, Ursus ed Erpilione, e con essi le guarnigioni a loro assegnate. Questi, salpati dal porto della floridissima Costantinopoli; sbarcarono nella provincia della Licia, nel porto della città di Andriake (che dista tre miglia dalla metropoli di Myra) e là scesero, perché la navigazione non era più propizia.
Con gli ufficiali scesero anche alcuni soldati, per procurarsi del cibo col quale ristorarsi. Poiché questi, qual licenziosi soldati, si diedero a saccheggiare gli averi degli abitanti e a molestarli, sorse un tumulto in un luogo chiamato Placoma, che è vicino alla metropoli di Myra; per questo contro di loro, in quanto indisciplinati, esplose la ribellione.
Venutolo a sapere il santo di Dio Nicola, vescovo di quella santa Chiesa, si recò subito ad Andriake, dove tutti lo venerarono, anche quei tre comandanti, appena lo seppero. Questi, da lui interrogati, risposero: «Qui siamo venuti in pace; siamo infatti diretti ad un’altra guerra.» Allora Egli stesso (Nicola) li invitò a ritornare insieme in città, dove avrebbe ricevuto i loro doni. Quelli allora ordinarono ai loro soldati di comportarsi pacificamente e di non procurarsi altro mentre si preparavano alla partenza.
Venuti poi alcuni dalla città, dopo essersi prostrati davanti al Santo, gli dissero: «Se tu, Signore, fossi stato in città, certamente non ci sarebbero stati tre uomini immotivatamente condannati alla decapitazione. Il pretore Commodo, infatti, ha catturato tre uomini e ha ordinato che siano colpiti con la spada. Inoltre tutta la città si è molto rammaricata che tu non ci fossi.»
2. Sane, his auditis, sanctus confestim evocat duces illos, & cum ipsis arrepto itinere, in civitatem se contulit. Et ubi ad locum, qui vocatur Leo, pervenit; eos, qui accedebant, interrogavit; num illi damnati capite adhuc viverent? Et dixerunt, eos esse in Placomate, in loco, qui dicitur Dioscori. Hinc ad martyrium pergens sanctorum Dioscoridis & Crescenti; iterum interrogans, intellexit; jamjam eos egredi Portam: ac ipso rursus egresso ad Portam, dixerunt ei: «Illos jam duci ad Veram, locum sic nuncupatum»; ubi erat carnificinæ, & damnatorum ad mortem, locus.
Ipse igitur eo accurrens, ibi reperit turbam magnam; atque speculatorem, qui nudum gladium, quo illos interimeret, jam stringebat: sed sancti restitit ad adventum. Qui cum ad locum pervenit, conspexit tres viros illos, oculis sudario religatis, & flexis genibus, manibus a tergo revinctis, nuda colla præbentes, & tantum mortem expectantes. Sanctus itaque Nicolaus, e speculatoris manu, arrepto gladio, in terram illum projecit; viros vero, solutis eorum vinculis, secum duxit in civitatem: ac tunc ingressus Prætorium, confregit januas. Ut, hæc autem ab excubitore suo,
Prætor Eustathius intellexit; illico adoraturus ad ipsum venit. Qui eum retro protrudit dicens: «Sacrilege, & sanguinarie, quomodo ante conspectum meum venire ausus es, talia tantaque facinora operatus? Verum ego tibi non parcam. Ecce enim confestim, magno Imperatori Constantino, quæ fecisti mala innotuerunt, & quomodo inique magistratu fungaris tuo.»
Prætor autem Eustathius, flexis genibus ei dixit: «Ne, quæso Domine, adversum me irascaris; scito vero me causam non esse rei; sed civitatis Primores, Eudoxium & Simonidem, qui in eos capitis crimina detulerunt.» Episcopus vero respondit ei: «Non Eudoxius, neque Simonides; sed ut veritas elucescat, Chrysaphius & Argyrius (aurum scilicet, argentum) satis divites suaserunt; & impulerunt te, ut ad talia devenires.» Noverat enim, ipsum ab illis, auri ducentas libras suscepisse, ut perperam eos perderet. Multum vero a ducibus exoratus, sanctus homini condonavit; reddens tamen irrita, quæ ab eo, falso acta fuerant & injuste.
Duces autem cum Sancto pariter epulati, ipsum oraverunt, ut orationem pro eis funderet; ab eoque benedictione percepta, exinde navigavere, & in Phrygiam pervenerunt. Sane ibi seditiosos omnes ad pacem conciliarunt, & tum in felicissimam urbem Conſtantinopolim redierunt: ubi magnus est obviam iis factus occursus, a ducibus aliis, ab Imperatore, & Senatu toto; utpote qui victoriæ monumenta deferrent; & hinc in Palatio cum summa gloria versabantur.
Adversus eos autem invidia conflata est ab aliis, qui illic degebant, ducibus. Hi namque Præfecto Ablavio suaserunt, ut eos perderet; & idcirco ei, mille & septingentas libras auri tradiderunt.
Naturalmente, uditi tali eventi, il Santo convocò subito quei comandanti e con loro si recò in città. Quando arrivò in un posto chiamato Leone, interrogò coloro che si appressavano se i condannati a morte fossero ancora vivi. Quelli risposero che erano a Placoma, in un luogo chiamato dei Dioscuri. Andando quindi sul luogo del martirio dei santi Dioscoride e Crescenzo, chiedendo ancora, seppe che li avevano già condotti fuori Porta; quando poi egli fu nuovamente uscito dalla Porta, gli dissero: «Li stanno già conducendo al luogo detto Vera», era quello il posto dove si eseguivano i supplizi e le condanne a morte.
Egli allora vi accorse e trovò una gran folla e il boia che già stringeva la spada sguainata con cui ucciderli; tuttavia questi non eseguì fino all’arrivo del Santo. Quando (Nicola) arrivò sul posto, vide quei tre uomini, con gli occhi bendati con un panno, le ginocchia piegate, le mani legate dietro la schiena, porgenti il collo nudo, nient’altro attendendo che la morte. San Nicola allora, strappata la spada di mano al carnefice, la gettò a terra; poi, liberati gli uomini dai lacci, li condusse con sé in città; indi, entrato nel Pretorio, infranse le porte.
Quando il pretore Eustazio venne a sapere l’accaduto dal suo sorvegliante, subito venne a riverire il Santo. Questi lo respinse dicendo: «Sacrilego e sanguinario, come osi presentarti davanti ai miei occhi, dopo aver fatto tali e tante scelleratezze? Non ti risparmierò quel che meriti. Ecco infatti che le tue colpe sono state immediatamente palesate al grande imperatore Costantino, così pure quanto ingiustamente agivi come magistrato.»
Allora il pretore Eustazio, piegando le ginocchia, gli disse: «Ti prego, Signore, non adirarti con me; Ma sappi che non sono io la causa di ciò; ma i capi della città, Eudossio e Simonide, che intentarono contro di loro le accuse capitali.» Ma il vescovo gli rispose: «Non Eudossio, né Simonide; ma, affinché la verità risplenda, Crisaffio e Argiro (cioè oro e argento) abbastanza preziosi ti corruppero e ti hanno spinto a fare anche questo.» Sapeva infatti che proprio lui aveva ricevuto da loro duecento libbre d'oro, per ucciderli ingiustamente. Tuttavia sollecitato dai comandanti, il Santo perdonò l'uomo, rendendo così nullo ciò che era stato da lui fatto falsamente ed ingiustamente.
I comandanti, dopo aver banchettato insieme al Santo, lo pregarono di proferire una preghiera per loro; e dopo aver ricevuto da lui la benedizione, salparono di là e arrivarono in Frigia. Lì, naturalmente, riportarono i ribelli alla pace, e poi tornarono nella floridissima città di Costantinopoli: ivi incontro a loro si riversarono tutti, sia gli altri comandanti, che l’Imperatore e tutto il Senato, come a coloro che portano gli emblemi della vittoria, poi da lì furono condotti nel palazzo con la massima gloria.
Contro di loro, però, si accese l'invidia degli altri comandanti del luogo. Questi infatti persuasero il prefetto Ablavio ad annientarli; allo scopo gli offrirono millesettecento libbre d’oro.
3. Ob hæc ipsis Præfectus, devinctus & fatigatus, ad Imperatorem accedit, eique dicit: «Domine Imperator, magna ab ducibus, quos in Phrygiam misisti, in tuum imperium, insidiarum molitio adornatur. Diligentissime enim novi, illos in tuum imperium machinari defectionem; ac ea de re spondere suis asseclis, dignitates, & dona, & promotiones sublimiores. Quibus a me rescitis, ea silentio premere nequivi; nec crimen ejusmodi in me assumere. Ceterum, quod Celsitudini tuæ libet, illud faciat.» Imperator autem indignatione commotus, utpote de sua vita agi cognoscens; protinus, indicta causa, eos in carcerem trudi jubet.
Elapso autem quodam tempore, hi, qui erant illorum hostes, sollicitarunt Præfectum, dicentes ei: «Ut quid eos in carcerem conjecisti, & huc usque vivere permisisti? Intra enim degentes, poterunt opem sibi parare aliquam.» Præfectus itaque, his auditis, confestim ea refert Imperatori: qui audito, eos etiam in carcere constitutos, contra se non desinere quid moliri; nocte eos gladio percuti imperavit. Præfectus igitur, mandato isto accepto, ad custodem carceris misit, dicens: «Tres illos viros, per noctem præpara perimendos.»
His acceptis Hilarion custos carceris, non sine lacrymis, ipsis dixit: «Timor occupat me, o viri, & paveo, & contremisco; & utinam nunquam vos conspexissem! Nunc enim vobiscum loquor & audio; cras vero ab invicem separabimur: quoniam vos interfici jussi estis. Si quid igitur vobis in bonis est, vel aurum, vel argentum, vel quid aliud, de quo sit animus disponendi, & relinquendi, disponite. Hac enim nocte jussi estis, ut moriamini.»
Il Prefetto, assillato e vincolato dalla proposta, va dall’Imperatore, e gli dice: «Sire Imperatore, una grande macchinazione di tradimenti è allestita nel tuo impero dai comandanti che hai mandato in Frigia. Con molta precisione ho infatti saputo che stanno tramando una ribellione contro il tuo governo; così da garantire ai loro seguaci dignità, doni e promozioni più elevate. Non potevo non dirti quanto son venuto a conoscere, né assumermi una simile responsabilità; del resto, se così piace a Vostra Altezza, lasciateli fare.» L’imperatore allora, mosso da indignazione, come se sapesse che era in gioco la sua vita, immediatamente, per tale accusa, ordinò che fossero gettati in prigione.
Ma dopo un certo tempo, quelli che erano loro nemici, sollecitarono il Prefetto, dicendogli: «Perché li hai gettati in prigione e hai permesso loro di vivere ancora? Coloro che vivono all’interno potrebbero organizzare per loro qualche aiuto.» Il Prefetto allora, udite queste cose, le riferì subito all’imperatore; questi, saputo che anche messi in prigione quelli non desistevano di complottare contro di lui, ordinò che nella notte fossero colpiti con la spada. Pertanto il prefetto, ricevuto tale ordine, mandò a dire al guardiano della prigione: «Prepara in modo che quei tre uomini siano messi a morte durante la notte».
Quando Ilarione, il custode della prigione, ricevette tale ordine, non senza lacrime disse ai carcerati: «Temo, signori, ho paura e tremo; vorrei non avervi mai visto! Ora converso con voi, ma domani saremo separati gli uni dagli altri, poiché è stato ordinato che dovete essere uccisi. Se dunque avete qualcosa in vostro possesso, oro o argento, o qualsiasi altra cosa, di cui avete intenzione di disfarvi e di lasciare, ditemelo; infatti è stato ordinato che dovete morire questa notte.»
4. Ubi autem hæc illi audierunt, suam quique vestem conscidit, & pulverem suis crinibus consperserunt; sublatoque clamore vociferantes, & ululantes, dicebant: «Quodnam immane commisimus, ex quo ita moriamur?» Nepotiano autem uni eorum venit in mentem id, quod sanctus Nicolaus in tres illos egit in Lycia; ipseque lamentabundus dixit: «Domine, sancti tui Nicolai Deus, miserere quæsumus nostri, & sicut fecisti cum tribus illis insontibus in Lycia, injuste capite damnatis, ita & nostri miserere. Serve Dei Sancte Nicolae; etsi longe sis positus, prope tamen oratione tua nobis esto, & apud Deum pro nobis intercede, ut liberati, digni simus, tuam adorare sanctitatem.» Hæc ubi dixit Nepotianus, alii quoque cum eo, tanquam ex uno ore, pariter orantes clamaverunt.
Sanctus autem Nicolaus, visibiliter Imperatori Constantino apparuit, dicens: «Surge Constantine, & duces tres illos libera, quos in carcere detines, quoniam per calumniam sunt delati. Quod si mihi non obedieris; in Dyrrachio bellum in te conflabo: carnesque tuas avibus tradam; magnumque Regem Christum in te movebo.» Cui Imperator dixit: «Quis es tu, & quomodo hora ista, in Palatium, huc intrasti?» Et tunc dixit ad eum Sanctus: «Ego sum Myrorum in Lycia metropoleos, Episcopus Nicolaus.» Atque his dictis, recessit: & pergens Præfecto Ablavio apparuit, eique dixit: «Ablavi mente capte & insane, surgens libera tres illos duces, quos in carcere constringis; eisque mortem, ex magna tua argenti cupiditate, vis inferre. Quod si eos non liberabis magnum Regem Christum in te movebo; & in desperatum incides morbum, & vermium eris cibus; & universa delebitur tua domus.» Et Præfectus Ablavius ei dixit: «Et quisnam es tu, qui loqueris talia ita mihi?» Sanctus autem respondit: «Ego peccator sum servus Dei, Myrorum in Lycia metropoleos, Nicolaus:» hisque dictis, disparuit.
Porro experrectus Imperator, Protocursorem suum accersit, eique dixit: «Perge & Præfecto renuntia hæc & hæc, quæ per somnium ipse vidi.» Similiter & Præfectus suum primum Cursorem misit, qui a se visa renuntiaret Imperatori. Jussit autem Imperator, Senatu & Præfecto adstantibus, e carcere, tres illos coram se sisti: ac ubi e carcere sunt educti, Imperator ipsos interrogavit: «Dicite mihi, quibus nam magicis usi artibus, talia nobis somnia immisistis?» Illis autem conticescentibus, ubi iterum sunt idem interrogati, Nepotiano respondente, dixerunt:
Appena i carcerati udirono ciò per la disperazione si strapparono le vesti, si cosparsero di polvere i capelli, con gran clamore, gridando e urlando dicevano: «Quale grande colpa abbiamo commesso, per cui dovremmo morire in questo modo?» Ora Nepoziano, uno di loro, si ricordò di ciò che San Nicola aveva fatto ai tre condannati in Licia; fu egli lamentandosi a dire: «Signore, Dio del tuo santo Nicola, ti supplichiamo abbi pietà di noi, e come hai fatto con quei tre innocenti della Licia, ingiustamente condannati alla decapitazione, così abbi pietà di noi. Servo di Dio San Nicola; anche se ti trovi lontano, sii comunque vicino a noi con la tua preghiera e intercedi per noi presso Dio, affinché possiamo essere liberati ed essere degni di venerare la tua santità.» Appena Nepoziano ebbe detto ciò, anche gli altri allo stesso modo, pregando, lo gridarono unisoni con lui.
Allora San Nicola apparve visibilmente all’imperatore Costantino dicendo: «Alzati Costantino e libera quei tre comandanti che tieni in prigione, perché sono stati trascinati qui per una calunnia. Se però non mi obbedisci, farò guerra contro di te a Durazzo, darò la tua carne agli uccelli, e muoverò contro di te il grande Re Cristo.» Gli chiese l’Imperatore: «Chi sei e come sei entrato nel Palazzo a quest’ora?» Rispose quindi a lui il Santo «Sono il vescovo Nicola, metropolita di Myra nella Licia.» Dette queste cose, si allontanò, e recatosi dal prefetto Ablavio, gli apparve e gli disse: «O Ablavio, anima cattiva e pazza, alzati e libera quei tre comandanti che tieni in prigione, dei quali vuoi la morte per la tua grande avidità di denaro. Sappi che se non li libererai, muoverò contro di te il grande Re Cristo; e cadrai in una inguaribile morbo, diverrai cibo per vermi e tutta la tua casa sarà distrutta.» Gli domandò il Prefetto: «Chi mai sei tu che osi dirmi queste cose?» Gli rispose il Santo: «Sono un peccatore, un servo di Dio: Nicola, metropolita di Myra in Licia.» e detto ciò scomparve.
L'Imperatore indi si svegliò, andò dal suo primo corriere e gli disse: «Va’ pure a riferire al prefetto tutto quanto io stesso ho visto in sogno.» Allo stesso modo il prefetto inviò il suo primo corriere a riferire all’imperatore quanto aveva visto. Allora l’Imperatore comandò, alla presenza del Senato e del Prefetto, di rilevare dalla prigione e condurre davanti a lui quei tre; appena furono a lui condotti l'Imperatore li interrogò: «Ditemi, con quali arti magiche mi avete inviato tali sogni?» Allora Nepoziano, quando fu nuovamente ripetuta la domanda, a nome dei tre compagni rispondendo disse:
5. «Domine Imperator, nos artem magicam non didicimus. Quod si eam nos fecisse reperiemur; vel quid adversus tuum Imperium excogitavimus; exquisitis suppliciis moriamur.» Imperator autem dicit eis: «Nostis vos quendam, nomine Nicolaum?» Qui audito nomine Nicolai, tanquam ex uno ore dixerunt: «Domine Deus servi tui Nicolai, qui servasti tres illos viros, qui injuste jam necabantur; ita etiam a morte, quæ nobis imminet, serva nos.» Imperator autem ipsis dixit: «Dicite mihi, quis iste sit Nicolaus?»
Tunc itaque respondens Nepotianus exposuit Imperatori, quæ Sanctus fuerat operatus; & quomodo tres illos a morte revocaverat: & quomodo ipsi quoque eum in carcere invocaverant. Dixit eis igitur Imperator: «Non ego largior vobis vitam, sed Nicolaus, quem invocastis. Quapropter abite, & detonsa coma liberi estote.» Et Evangelium aureum eis dedit, & duo etiam aurea candelabra; liberosque dimisit eos. Qui ubi in Lyciam pervenerunt, suas comas deposuerunt, & quas habebant pecunias, pauperibus tradiderunt: & sic ad multos annos perfecerunt; glorificantes Patrem, & Filium, & Sanctum Spiritum, nunc & semper, & in secula seculorum. Amen.
«Sire Imperatore, non conosciamo l’arte della magia. Ma se si dovesse scoprire che lo abbiamo fatto, o che abbiamo escogitato qualcosa contro il tuo Impero, siamo disposti a morire tra grandi supplizi.» Allora l’Imperatore chiese loro: «Conoscete qualcuno che si chiami Nicola?» Quando sentirono il nome di Nicola, dissero in coro: «Signore Dio, per il tuo servo Nicola, come hai salvato quei tre uomini che stavano per essere uccisi ingiustamente, così salva anche noi anche dalla morte, che or ci minaccia.» Chiese loro ancora l’Imperatore: «Ditemi, Chi è questo Nicola?»
Nepoziano allora rispondendo all'Imperatore spiegò cosa aveva fatto il Santo; e come aveva salvato dalla morte quei tre: e come anch'essi lo avevano invocato in carcere. Disse allora a loro l’Imperatore: «Non sono io che vi risparmio la vita, ma Nicola, che avete invocato. Perciò andate e siate liberi con i capelli decentemente rasati.» Quindi diede loro un vangelo dorato, come pure due candelabri d'oro [per San Nicola]; e li mandò via liberi. Giunti essi in Licia, si tagliarono i capelli, donarono ai poveri il denaro che avevano e così continuarono per molti anni, glorificando il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

[il testo latino è tratto da Nic. C. Falconius, “ Sancti Confessoris Pontificis et Celeberrimi Thaumaturgi Nicolai Acta primigenia, nuper detecta, & eruta ex unico & veteri Codice Membranaceo Vaticano”, Napoli, 1751, cap. “Acta S. Nicolai Episcopi Myrorum”, pp. 30-34 - Ex eodem Vaticano Codice num.121, pag.249.]

NOTE
[1] Si fa presente che il suddetto Nicolò Carminio Falcone, poiché (erroneamente) ritiene il San Nicola da noi venerato essere nato nel quinto secolo, tra il 470 ed il 490, e morto il 6 dicembre 551, considera falsi i documenti (questo compreso) che invece vedono il Santo vissuto a cavallo tra il terzo ed il quarto secolo (270-343); ciò nonostante li pubblica, dice, solo per correttezza filologica. Scrive nell’introduzione: “Somnium enim est, quispiam nomine Nicolaus, qui Myrensis Archiepiscopus (isque noster Sanctus) Primæ Nicenæ Synodo sederit anno 325 inque ea ex zelo, Ario alapam impegerit … [È infatti solo una invenzione che qualcuno di nome Nicolaus, arcivescovo di Myra (il nostro Santo) si sia seduto al primo sinodo di Nicea nell’anno 325 e, per zelo, abbia schiaffeggiato Ario.]”.
Prima poi di riportare questo documento, allegato con altri da lui ritenuti falsi, avverte: “… Quæ [scripta] post hæc [vera], ab obscurissimis Anonymis, septimo vel octavo seculo, ex eorum cerebello prodierunt; ineptissima & insulsissima; … sed nobis in Eruditorum gratiam, placet, ea hic item Græco-latine dare.” [Per amore dei Dotti, dopo aver presentato i documenti autentici, ci piace riportare qui quelli, anch’essi in greco-latino, che, molto inetti ed insulsi, uscirono dal cervello dei più oscuri Anonimi del settimo o ottavo secolo.].

S. Nicola incontra e benedice gli stratelati (capi militari inviati da Costantino) che l'onorano con doni
[Volta della Chiesa di S.Nicola di Andria: il Santo incontra e benedice gli stratelati (capi militari inviati da Costantino) che l'onorano con doni - foto di "Sabino Di Tommaso" - 2015]


[il testo e le immagini della pagina sono di Sabino Di Tommaso (se non diversamente indicato)]