il piano nobile nel Sei-Settecento

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Il Palazzo Ducale nel Sei-Settecento

Una visita al piano nobile

Pianta del piano nobile del Palazzo ducale nella carta topografica della Città
[Pianta del piano nobile del Palazzo ducale in un particolare della ottocentesca carta topografica della Città
elab. elettr. su rilievi allegati alla perizia tecnica del 1847 e in base alle ricerche dell'Arch. Grazia Maria Roberto (pubblicate nel testo citato)]

Immaginiamo di dover visitare il piano nobile del Palazzo Ducale intorno ai primi del Settecento, quando era ancora nella piena disponibilità dei Carafa, senza le parziali successive locazioni; entriamo, ovviamente, dall'ingresso principale riservato alla Famiglia Ducale e ai loro ospiti. Nostra guida sono brani di testo stralciati dal citato lavoro di Grazia Maria Roberto "Palazzo Ducale di Andria", edito nel 2001 a cura della Regione Puglia, Assessorato alla P.I., C.R.S.E.C. di Andria, e attualmente (2016) divulgato in internet sul sito www.pugliadigitallibrary.it.

porta della "via coperta" proveniente dall'androne serraglia dell'arco interno dell'androne d'ingresso
[porta nelle scale della "via coperta" e serraglia dell'entrata nel cortile
elab. elettr. su foto di S. Di Tommaso, 2004]

L'accesso più importante del Palazzo è quello che si apre nel magnifico portale di Largo La Corte sotto la grande balconata del piano nobile. L'elegante androne è voltato a botte con lunette laterali e mascherone nella chiave dell'arco verso il cortile (foto a destra).

Scrive la Roberto a pag. 33 [il grassetto non è nel testo]:

... attraversando i vari ambienti, si può provare ad immaginare, per quanto è possibile, come si svolgesse la vita all'interno del Palazzo dalla seconda metà del XVI secolo in poi. ...
Sul lato destro dell'androne due porte, delle quali una conduce ad un ambiente con funzione di portineria ... e l'altra immette alla ‘via coperta che conduce al vestibolo’; pare infatti che il Duca ed i suoi familiari, in caso di pioggia giunti nell'androne con la carrozza, attraversassero questa ‘via coperta’, che conduce direttamente alla scala padronale
[porta nella scala ripresa dalla foto a destra], senza passare dal cortile.

Dall'androne si passa al cortile attraversando un portale uguale a quello d'ingresso per dimensione ma non per linguaggio architettonico. Sull'ampio cortile, pavimentato a "chianca", lastrone di pietra di Trani, come nello stile della maggior parte dei Palazzi signorili, affacciano gli ambienti dei vari piani superiori e si aprono quelli del piano terra ...

Sulla destra l'ingresso alla scala padronale: una ‘scala ad anima’ con quattro rampe realizzate in pietra e voltate a botte; i pianerottoli presentano invece splendide volte a crociera. Tipicamente rinascimentale nella sua struttura ma anche nell'affaccio sul cortile: su di esso ogni pianerottolo si apre con eleganti arcate balaustrate con colonne in pietra, a doppia pancia. ...
La prima porta che s'incontra è quella che immette in un locale al piano ammezzato, ossia quello tra il piano terra ed il piano nobile; è un ambiente ad uso delle cucine, utilizzato quindi esclusivamente dalla servitù.

   
[Lato Sud del Cortile e scala padronale di salita al piano nobile, dalle ampie arcate balaustrate con colonnine in pietra a doppia pancia
elab. elettr. su foto (serali) di S. Di Tommaso, 2004]

Continuando attraverso la stessa scala si arriva al piano nobile: qui si accede al ‘vestibolo al gran salone’ (che corrisponde [sopra] al vestibolo alla scuderia). Magnifico nella sua struttura ed elegante nelle finiture, il vestibolo si presenta voltato con lunette e decorato con stucchi a rilievo.

stemma Carafa-Orsini, Andria 1650

Da questo vestibolo, oltre che al gran salone, si accede ad uno stanzino che conduce al ‘terrazzo coperto’. Questo, come lo stesso vestibolo, si affaccia sul cortile riproponendo la stessa scansione di arcate del vestibolo alla scuderia, ma con balaustra con colonne a doppia pancia.

Di qui si arriva al gran salone, forse l'ambiente più suggestivo di tutto il Palazzo. La sua superficie corrisponde a due terzi dell'intera scuderia sottostante: unico ambiente a doppia altezza, il salone giunge fino a circa tredici metri sotto trave. A copertura una splendida ‘incavallatura’, ossia un tetto a capriate, con tavolato ‘cassettonato’ e decorato a rilievi con oro; altrettanto decorate le pareti anch'esse con rilievi ed affrescate. ... Il gran salone affaccia su Piazza La Corte, con balconcino e rispettiva finestra corrispondente a quella del secondo piano, e su Via La Corte ["strada delle Chianche" nella carta d'inizio pagina] con una doppia fila di finestre.

In questa grandiosa e magnifica Sala delle Feste i Carafa spesso organizzavano sontuose cerimonie di Corte.
Una testimonianza indiscutibile di tale uso ci perviene da un'opera letteraria data alle stampe nel 1650. Il 1649, in occasione della nascita del piccolo Fabrizio, il Duca Carlo Carafa e la consorte Costanza Orsini, tra gli altri festeggiamenti fecero rappresentare nel loro pregevole Salone delle Feste una commedia buffonesca o dell'Arte, “Gli Sdegni Placati”, scritta dall'accademico ruvese Antonio Avitaia, e pubblicata nell'anno successivo.
Nel testo è scritto espressamente che tale commedia fu “rappresentata nella Sala magnifica dell’Eccell. Sig. Duca d’Andria”, con alcuni personaggi recitanti “in Pugliese; e di quest’ultimo idioma stà dall’Autore composta, e del medesmo modo fù recitata in casa dell’Eccellenza d’Andria.”

Il frontespizio della Commedia riporta inoltre lo stemma della Famiglia Ducale Andriese nel 1650 (immagine a lato): nella zona destra dello scudo (a sinistra di chi guarda) c'è l’insegna del Duca Carlo Carafa (bande orizzontali 4 rosse/3 argentee), nella sinistra (a destra di chi guarda) quella della consorte Costanza Orsini dei Principi di Gravina (bande trasversali rosso/argento, caricate da una rosa rossa su un’anguilla in frangia dorata).

Riprendiamo la descrizione degli ambienti abilmente ricercata e scritta da Grazia Maria Roberto:

Dal gran salone si passa da un lato agli ambienti che affacciano su Piazza La Corte, (tra cui una stanza da letto padronale, ossia quella con il balcone sul portale d'ingresso, ed una ‘stanza con retrè’), dall'altro si entra nella ‘stanza del biliardo’ la cui superficie corrisponde ad un terzo della sottostante scuderia, ed affaccia su Via La Corte e su Via Vaglio con un balconcino. Questa stanza, diversamente dal gran salone, ha un'altezza pari a quella degli altri ambienti del piano nobile, 7,50 metri, ma ha una sua particolarità: una splendida volta a ‘schifo’, l'unica in tutto il Palazzo.
Dalla stanza del biliardo si entra nella parte più privata del Palazzo e di tutto il piano nobile.

Da uno di questi ambienti si diramano da un lato le stanze con affaccio su Via Vaglio e dall'altro quelle affacciate sul cortile. Tra le prime si trova un'altra stanza da letto padronale, (ossia quella con il balcone sul portale d'ingresso di Via Vaglio, con ‘alcova’), altre stanze comunicanti tra loro ed infine una ‘stanza con camerini’ che affaccia sul giardino pensile da cui si può godere la visuale su Piazza Catuma.

Nella pagina sulle fonti storiche abbiamo già riportato le lodi del Palazzo Ducale, del suo giardino pensile e delle sue scuderie, espresse dall'abate Pacichelli nella lettera del 1686 indirizzata all'abate Francesco Battistini.
Ne “ Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci Provincie ...”, (ed esattamente a pag.207 della 2° parte), tesse le lodi di Andria Ducale, della sua storia, dei suoi Cittadini e del Palazzo dei Carafa; così l'abate scrive (prima del 1695, anno della sua morte):

[Andria] Porta Dignità Ducale, ed è Capo d’uno Stato che provvede in copia l’industria de’ suoi, e la stessa Negoziazione, di Vino, d’Olio, di Mandorle, di Agrumi, di Pomi, e di Hortaglie, in amenissimo Clima. ... È Città di grata apparenza, ed allegra, con le ſabriche ben’ intese, di buona pietra, incisa in quadro nel proprio Territorio, colmo di Giardini, di Vigne, e Boschi per Caccia.
Doppo haverla posseduta lungo tempo la Casa cospicua del Balso, la quale si estinse in Pirro Principe ancor di Altamura, si annovera fra’ Feudi migliori hoggi della Carafa.
Spiega il suo Duca, numerosa, e nobil Corte in un Palazzo grande, con molti Quarti, anche per altrui commodità, e Giardino pensile, Scuderie vaste, e de’ più considerevoli nel Regno.

Proseguiamo la descrizione degli ambienti, rilevandoli dalla legenda posta accanto alla pianta della citata perizia del 1847 dell'arch. Mastropasqua (riportata dalla Roberto a pag. 61, una rielaborazione della quale è riprodotta all'inizio di questa pagina).
Salendo dall'antica scala a Nord-Ovest, (dall'angolo sinistro entrando nel cortile) si raggiunge un'ampia "sala" con volta a padiglione, cui segue una "stanza a mangiare", servita da cucina e relativi servizi (focolare, dispense e scala di discesa alla "legnera"); da una porta della "stanza a mangiare" si accede ad ambienti idonei per intrattenersi in conversazione: una "stanza di compagnia", una "galleria" o sala di rappresentanza, una con discesa alla cappella privata o al suo coretto, un matroneo o loggiato con apertura al vasto e riposante giardino pensile.

È probabilmente nell'ampio giardino pensile prospiciente largo Catuma che ai primi del Seicento la Duchessa (Donna Francesca di Lannoy o Emilia Carafa?) organizzò il curioso ed interessante esperimento scientifico della danza della Taranta, minuziosamente descritto da Atanasio Kircher in due sue importanti opere, di cui la prima, “Magnes, sive De Arte Magnetica”, pubblicata nel 1641.
Quasi certamente l'avvenimento ebbe una grande valenza folkloristica e ricreativa, in quanto alla straordinarietà dell'evento si combinava l'esecuzione di varie musiche "Antidotum Tarantulæ" oggi dette "Tarantelle Pugliesi", che invitavano gli astanti a muoversi anch'essi al loro ritmo e a gioiosamente danzare, a passare insomma una giornata di festa con gli amici e i nobili di Corte, in uno di quei festini che frequentemente in questo sontuoso Palazzo i Carafa organizzavano.

stanza del tronetto - foto dal libro della Roberto
[stanza del tronetto - foto n.3 tratta dal libro della Roberto]

Infine, scendendo una rampa della stessa antica scala,

si entra nella ‘stanza del tronetto’, - prosegue la Roberto - quel bellissimo ambiente che già apparteneva al Palazzotto dei Del Balzo e che, attraverso una porta, si apre su quel Tronetto nel presbiterio della Cattedrale offerto dal Capitolo della Cattedrale alla Contessa Beatrice D'Angiò e così ereditato dalle famiglie ducali che qui risiedettero.
La stanza si presenta al visitatore splendida nella sua struttura soprattutto per la copertura: una volta a schifo resa particolare per la presenza di lunette strutturali.

In merito al Coretto Ducale in Cattedrale non sappiamo quali strutture contigue esistessero fra il Palazzo dei Del Balzo e la Chiesa, prima che i Carafa, a partire dal 1552, ristrutturassero totalmente la loro nuova residenza; non è possibile quindi affermare o negare in base a dati certi l'esistenza o meno di passaggi diretti tra i due edifici a tutto il Cinquecento.
Per quel che riguarda invece il Palazzo ormai Carafa, da un documento del 5 marzo 1619 sappiamo che la Sacra Congregazione dei Vescovi negò espressamente alle richiedenti famiglie Ducali di Andria e di Telese di realizzare aperture in Chiesa:

Quod indultum saepe petentibus denegatur, ut in Andrien. & Telesina 5. Martii 1619: «Non si concede nè anche a’ Duchi, ed a’ Marchesi di aprire finestre, che rispondano in Chiesa per ascoltare da quelle la Messa, ed i divini Officij»”.

Tale disposizione fa dedurre che fino al 1619 dal Palazzo Ducale non c'era ancora alcun accesso diretto in Cattedrale.
Se, peraltro, nel precedente Palazzo dei Bel Balzo vi fosse stato un accesso diretto alla Cattedrale, i Carafa lo avrebbero conservato o comunque non avrebbero avuto alcuna necessità di chiedere l'autorizzazione ad aprirne uno.
I Carafa, Duchi di Andria, aprirono comunque un coretto nella parete destra del presbiterio della Cattedrale ed eressero un trono di fronte a quello episcopale, nonostante i ripetuti divieti, interdetti e scomuniche delle autorità ecclesiastiche, finché l'insurrezione popolare del 1691 non distrusse il balconcino e murò la porta di accesso al trono. Il coretto fu nuovamente aperto a metà Settecento, ma poi definitivamente demolito il 26 giugno 1848 da Mons. Giuseppe Cosenza.

Magnifico era, in definitiva, il piano nobile di questo pregevole Palazzo, reso stupendo soprattutto dalla grandiosa sala delle feste, dall'elegante stanza del biliardo e dall'incantevole giardino pensile con affaccio balaustrato su largo Catuma; si adornava inoltre di tutte le caratteristiche chicche d'ogni palazzo ducale del tempo: una sala di ricevimento presso l'antico scalone, una di rappresentanza con un confortevole loggiato presso l'ammaliante verde pensile e, peculiarità esclusiva quanto rara, l'accesso diretto al suddetto coretto aperto nel presbiterio della Cattedrale.