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Sant’Angelo de’ Mele
detto anche di San Micheluzzo

Sant'Angelo de' Meli prima dell'ultomo restauro
[La facciata - foto di Sabino Di Tommaso, 02/2018]

Questa cappelluccia una volta fu sotto il patrocinio della nobile famiglia andriese dei Meli, estintasi anticamente. Passò poi all’altra nobile famiglia dei Marulli [nel 1541 con giuspatronato ottenuto da mons Giovanni Francesco Fieschi], imparentati coi Curtopassi. Nel 1697 fu adibita ad oratorio del Seminario che risiedeva dove è oggi [1927] l’ospedale civile e di cui le circostanti fabbriche appartenevano alla nobile famiglia Volpone, anch’essa estinta da secoli. Quando il seminario venne trasferito dal vescovo Nobilione accanto all’attuale palazzo vescovile, la chiesetta restò abbandonata, e soltanto recentemente fu riaperta al culto e officiata da un canonico del Capitolo Cattedrale.

[testo tratto da “Descrizione storico-artistica di Andria - Parte prima: Andria Sacra”, di R. Zagaria, tip. F.Rossignoli, Andria, 1927, pp. 30-31]

Questa piccola chiesa è situata nel Centro storico di Andria, presso uno dei quattro antichi ospedali in via Quarti, con accesso da via Santa Chiara passando sotto l'arco.
La Chiesetta offre due particolari interessanti: il semidistrutto affresco del Cristo Pantocràtor, ritratto tra il 1200 e il 1300, e la struttura architettonica dell'antica costruzione, di cui si hanno notizie risalenti al 1705.

 [tratto dal libro “ Le Storiche Croci del Venerdì Santo” di M. Melillo, Tip. Edigraph, Andria, 1998, pag.17]

Questa chiesetta, chiamata un tempo nel quartiere di S. Micheluzzo, è stata utilizzata per poco più di 25 anni (dal 1705 al 1730) come cappella del primo seminario  eretto da mons. Andrea Ariano nel dirimpettaio palazzo Volponi.

Si noti nell’angolo di sinistra l'invito di un arco o volta che suggeriscono come un tempo la cappella poteva prolungarsi sulla sinistra (come ipotizza mons. Lanave a pag. 194 del citato "Ho raccolto per voi"), per eventualmente congiungersi alla costruzione al di là dell’attuale stradina, complesso che attualmente è sede della "Casa Accoglienza S. Maria Goretti".
Ebbene,
- il suddetto invito ad un arco, presente a sinistra del prospetto,
- l’apparente cucitura dei bugni di pietra individuabile sul prospetto a sinistra dell’ingresso quasi ad indicare una sua forzata traslazione verso destra,
- l’ampio e profondo arco internamente presente sulla parete sinistra che spinge a pensare ad un accesso successivamente chiuso,
- il decentramento dell’absidiola con l'affresco rispetto all’attuale volume esistente,
- nonché la collocazione dello stesso affresco che sembra “oppresso” (e in parte mutilo) da una volta chiaramente successiva; la precedente copertura doveva essere più alta e probabilmente a capriata lignea, come quasi tutte le altre a quel tempo (navata cattedrale compresa);
questo insieme di elementi architettonici inducono a ipotizzare che questa chiesetta nei primordi, forse nel Duecento, si sviluppasse su tre piccole navate o che, almeno, fosse più ampia sul lato sinistro.
Di rimando bisogna tuttavia tener presente che a tutt’oggi non si conoscono documenti che avvallino tale ipotesi.

Note storiche su Sant’Angelo Meli

Al di là del racconto degli storici i primi documenti in ordine di tempo da me reperiti sono le due visite pastorali condotte, una da mons. Francesco Antonio Triveri nel 1694 e l’altra da mons. Cherubino Tommaso Nobilione nel 1732.

Nelle brevi relazioni su tali visite nulla di storicamente interessante si riporta se non che:
- La Chiesetta anticamente era [di giuspatronato] della famiglia Mele (poi delle famiglie Marulli e Curtopassi) e nel 1732 è detta esistente presso il Seminario, istituzione funzionante dal 1705 nel palazzo a fronte già dei Volponi;
- il suo altare era dotato di un Beneficio goduto dal celebrante pro tempore, un sacerdote della Chiesa Collegiata di San Nicola; detta prerogativa sottende che la Chiesetta era ecclesiasticamente dipendente dalla Collegiata, tant’è vero che nel 1732 la visita pastorale è condotta dal Priore della stessa D. Domenico d’Anelli, su delega del vescovo; passò forse a chiesa filiale della Cattedrale quando intorno al 1758 mons. Ferrante divise dettagliatamente (con l'ausilio di una pianta topografica) le competenze ecclesiastiche sul territorio tra la Cattedrale e San Nicola.

Ipotesi sulle origini

La Chiesetta è certamente una delle prime erette nella Città di Andria non più tardi dell’epoca Normanna, affrescata poi tra il Duecento ed il Trecento nel periodo che quasi certamente, insieme alle Chiese di San Nicola (dalla quale sembra dipendesse) e del Salvatore in Andria nonché a quella pure del Salvatore in Gurgo, era di pertinenza dell’abbazia benedettina di San Michele tra i due laghi di Monticchio, o di quella di Monte Sacro garganico, anch’essa benedettina.

Almeno due documenti testimoniano l’appartenenza di dette Chiese ad una delle due abbazie benedettine:
- una Bolla – privilegio del papa Callisto II del 10 ottobre 1120 e quella di Alessandro III del 1175 nelle quali si conferma al Monastero di San Pietro in Vulture [altro nome, per dedica, della Badia di San Michele a Monticchio] la giurisdizione sulle tre chiese di Andria citate e sulle loro pertinenze.
- una pergamena del 1138 nella quale si conferma la restituzione al Monastero benedettino della SS. Trinità, allora esistente a Monte Sacro, di alcune proprietà precedentemente da esso possedute in Andria ed a quel tempo in possesso del normanno miles Grenomun per concessione ottenuta dall’andriese conte Goffredo.

Inoltre si può arguire che fu forse nel periodo normanno e nel successivo svevo che, in seguito al possesso di diverse proprietà nel territorio Andriese da parte dei Monasteri Benedettini votati all’Arcangelo, si radicò e sviluppò ancor più in Andria il culto a San Michele, in Gurgo con una grotta ad instar, nel Borgo antico con la Chiesetta detta di san Micheluzzo, e fuori mura con la Chiesa e ospizio di Sant’Angelo al Lago, non scartando comunque anche l’ipotesi che la venerazione dell’Arcangelo potrebbe essere stata già introdotta nei loci che saranno Andria durante il precedente dominio dei Longobardi, tanto devoti all’Arcangelo da effigiarlo sul verso delle loro monete [1].

NOTE

[1] San Michele Arcangelo era il protettore dei Longobardi. Paolo Diacono nella sua “Historia Langobardorum” racconta che il Re longobardo Cuniperto di fede cattolica, nella battaglia combattuta nel 688-9 presso Cornate sull’Adda (antica Coronate) contro l’ariano Alachis, attribuì a San Michele l’esito vittorioso. Per questo motivo l’Arcangelo è raffigurato da allora sulle monete longobarde.
Si riporta di seguito ad esempio l’immagine di una tremissis d’oro [moneta dal nome greco τριμίσιον, perché emessa inizialmente dai bizantini]; l'esemplare qui riprodotto è una tremissis coniata dal Re longobardo Cuniperto (688-700).

[l'immagine di una Tremissis d’oro coniata dal Re longobardo Cuniperto - foto pubblicata da “ Classical Numismatic Group, Inc.” e suo copyright]
Questa moneta longobarda presenta le seguenti impronte:
- sul fronte o recto c'è a rilievo il busto diademato, drappeggiato e rivolto a destra del Re Cuniperto con la legenda che lo identifica nel nome e nel titolo: “DN CVNI-INCPE RX”, a destra nel campo libero c'è una “manus Dei”;
- sul rovescio o verso c'è a rilievo San Michele Arcangelo in piedi volto a sinistra, che tiene nella destra una lunga croce e nella sinistra uno scudo, con la legenda “SCS MI-HAHIL” che lo identifica.
Il simbolo della “manus Dei”, mano di Dio, richiama il capitolo 242 dell'editto di Rotari del 643: “A chiunque conierà monete senza il comando del re sarà tagliata la mano”.

Sulla venerazione che i Longobardi avevano per San Michele, al quale attribuirono la suddetta vittoria su Alachis, ecco quanto scrive Paolo Diacono nel libro V, cap. 41 della sua “Historia Langobardorum”:

[trascrizione del testo originale in latino] [traduzione]
Cunincpert ad Alahis … in haec verba mandavit: «… Coniungamus nos ego et ille singulari certamine, et cui voluerit Dominus de nobis donare victoriam, omnem hunc populum salvum et incolomem ipse possideat».
Cumque Alahis sui hortarentur, ut faceret quod Cunincpert illi mandavit, ipse respondit: «Hoc facere ego non possum, quia inter contos suos sancti archangeli Michaelis, ubi ego illi iuravi, imaginem conspicio».
… Tandem crudelis tyrannus Alahis interiit, et Cunincpert, adiuvante Domino, victoriam cepit.
Cuniperto … mandò a dire ad Alachi: «… combattiamo … noi due soltanto in un duello; così che colui, al quale Dio vorrà donare la vittoria, governi tutto questo popolo, salvo dai danni della battaglia».
Essendo intanto Alachi, esortato dai suoi a far ciò a che Cuniperto gli aveva proposto, rispose: «Io non posso farlo, perché in mezzo ai suoi stendardi vedo l’immagine di san Michele Arcangelo, sulla quale gli giurai [fedeltà]».
… Alla fine il crudele tiranno Alachi perì, e Cuniperto, aiutato da Dio, vinse.

[il testo e le immagini della pagina sono di Sabino Di Tommaso (se non diversamente indicato)]