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Andria

Escursione nella città dall’anno Mille al Milleseicento
La forma della città
Le tombe delle Imperatrici Sveve

dell’Ing. Riccardo Ruotolo

Copertina
La copertina del libro con le relative alette

trascrizione in ebook

Della pubblicazione “ANDRIA – Escursione nella città dall’anno Mille al Milleseicento - La forma della città - Le tombe delle Imperatrici Sveve”, realizzata dall’Ing. Riccardo Ruotolo , stampato nel giugno del 2023 da Grafiche Guglielmi - Andria, su ampia disponibilità e consenso dell’autore, pubblico qui in ebook l’intera accurata ricerca, poiché la ritengo essenziale alla conoscenza storica delle origini della Città e del suo territorio. nonché degli eventi che ne hanno segnato le trasformazioni nel tempo.


PIANO DELL'OPERA
(nel testo stampato a pag.5)

Introduzione di Giovanna Bruno Sindaco della città di Andria ( pag. 7)

Presentazione di Francesco Violante Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” ( pag. 9)

Premessa ( pag. 13)

Indice dei nomi (pag.241)

Opere citate e bibliografia essenziale (pag.245)




Introduzione

Ai concittadini andriesi” recita la dedica che apre quest’ultima pubblicazione a carattere storico-documentario dell’Ing. Riccardo Ruotolo, a sottolineare l’alto valore civico di cui è investita anche la terza delle “escursioni” dell’autore, che questa volta ci accompagna in un viaggio nel tempo, oltre che nello spazio, ripercorrendo i luoghi della nostra amata città lungo un cammino che abbraccia ben seicento anni della nostra storia, dall’XI al XVII secolo.

In questo nuovo itinerario, puntellato di “pochi, ma significativi avvenimenti”, per parafrasare le parole dell’autore, veniamo condotti fra i casali, i borghi, i vichi e i piccoli villaggi da cui ebbe origine la città di Andria, assistiamo alla sua formazione con la costruzione della sua prima cinta muraria, con il suo Castello difensivo e le sue Porte.

Proprio alle Porte della città sono dedicati i successivi capitoli: a cominciare dal mistero circa l’esistenza della Porta Santa, che la tradizione vuole sia stata varcata dal primo Vescovo di Andria, Riccardo, poi divenuto Santo Patrono della città, per proseguire la trattazione con la Porta del Castello, Porta Sant’Andrea, Porta la Barra e Porta Nuova, il tutto costellato da una ricca documentazione cartografica e fotografica, fra cui spicca l’ingrandimento della raffigurazione quattrocentesca della città, dipinta ai piedi della Tavola del Redentore benedicente, fiore all’occhiello della collezione del Museo Diocesano di Andria.

Ma ciò che cattura in modo particolare il sincero interesse storico e scientifico del lettore è la vicenda della riesumazione delle spoglie mortali custodite nella Cripta della Cattedrale e tradizionalmente attribuite alle Imperatrici sveve, Jolanda di Brienne e Isabella d’Inghilterra, rispettivamente seconda e terza moglie di Federico II di Svevia.

Il racconto risale a poco più di trent’anni or sono, quando nel 1992, con l’approssimarsi dell’ottocentesimo anniversario della nascita dell’Imperatore Federico II di Svevia, la Soprintendenza dei Beni Culturali di Bari e Taranto assunse l’iniziativa, con l’assenso dell’allora Vescovo Mons. Raffaele Calabro, di verificare l’identità dei resti mortali presenti in due tombe nella Cripta della Cattedrale della nostra città e la loro possibile attribuzioni alle due Imperatrici sveve.

Il delicato incarico fu affidato all’illustre Professor Gino Fornaciari, fondatore della moderna Paleopatologia, insieme ad altri paleopatologi americani, e noto a livello internazionale per i suoi studi condotti sulle mummie e su importanti personaggi storici, tra cui il papa Gregorio VII, S. Antonio da Padova, S. Zita, Cangrande della Scala, Luigi Boccherini e la celebre famiglia medicea al completo.

Data la caratura dell’esperto e la peculiarità dell’evento, non sorprende dunque che l’intera operazione di ricognizione sia stata documentata da Rai 3, oltre che dall’emittente televisiva locale Telesveva, come ci informa l’Ing. Ruotolo, il quale inoltre impreziosisce e corrobora la narrazione grazie a una ricca documentazione fotografica, comprendente altresì verbali notarili e la relazione finale del Professor Fornaciari.

Concludono l’opera gli ultimi due capitoli dedicati rispettivamente alla “Locazione d’Andria”, rappresentazione cartografica della città murata, conservata nell’Atlante delle Locazioni dell’Archivio di Stato di Foggia, e alla nota incisione della veduta di Andria di Cassiano de Silva, inserita nell’opera dell’Abate Giovanni Battista Pacichelli.

La “trilogia” ha un unico filo conduttore: il forte attaccamento dell’autore alle sue radici, il suo desiderio profondo di indagarne ogni aspetto, offrendolo quasi in visione al lettore, che si trova così “dentro” l’identità e la storia di questa città che non si smette di scoprire, che non smette di stupire, che chiama ad altre esplorazioni.

Basti questa breve panoramica a cogliere il pregio dell’opera e a ingenerare un sentimento di riconoscimento per il suo autore, unito all’auspicio che la passione instancabile che muove il nostro Ing. Ruotolo non si affievolisca mai e continui a regalarci sempre nuove escursioni fra i sentieri frastagliati della memoria collettiva.

Giovanna Bruno
Sindaco della città di Andria


Presentazione

È stato già notato come la grave carenza di fonti documentarie relative all’Andria medievale abbia spesso indotto i passati cultori di storie patrie a forzare le poche informazioni disponibili e a narrare episodi e personaggi del passato fondandosi largamente su tradizioni e congetture poco verificabili. Meritevoli dunque di segnalazione sono quei lavori, come quelli di Riccardo Ruotolo (1) e l’altro, abbastanza recente, di Antonio Di Gioia (2), che con l’ausilio della storiografia più avvertita, anche locale (3), e soprattutto di una sicura guida metodologica, mettono a disposizione di un più ampio pubblico la ridiscussione di alcuni momenti peculiari dello sviluppo storico, urbanistico, territoriale della città.

Pochi cenni dunque ad alcuni aspetti ben delineati nel volume di Ruotolo: il primo, quello relativo alla formazione dell’insediamento andriese; quello riguardante il castello e, infine, quello, suggestivo, concernente le tombe delle due Isabella, di Brienne (Jolanda) e d’Inghilterra.

Su un territorio diffusamente popolato tra Tarda Antichità e Alto Medioevo si innesta un processo di incastellamento, voluto da Pietro di Amico e sintetizzato negli efficaci versi di Guglielmo di Puglia, «edidit hic Andrum, fabricavit et exinde Coretum, / Buxilias, Barolum maris aedificavit in oris (4)» , che alla metà dell’XI secolo modifica radicalmente il quadro territoriale individuato dai nuovi castra, che raggruppano la popolazione sparsa nei casali e ascendono rapidamente nella gerarchia insediativa al rango urbano. Correttamente dunque Ruotolo individua nel sinecismo dei casali andriesi, e di ciascuno degli insediamenti interessati dal progetto territoriale di Pietro, quel processo che già Paolo Delogu aveva letto come caratteristica del controllo normanno di alcuni centri minori: luoghi la cui cifra non solo militare e difensiva, ma soprattutto economica, demografica, politica e religiosa muta profondamente, sino a costruire una nuova identità (5).

Che gli aspetti politico-militari ed economico-sociali fossero parimenti considerati nella strategia dei capi normanni è evidente nella successiva evoluzione delle gerarchie territoriali, quando Roberto il Guiscardo concede la contea a Riccardo, figlio di Pietro II, spostandone il centro istituzionale verso l’interno, ad Andria, e arricchendola con alcuni territori della contea di Montescaglioso, mentre il controllo di Trani, centro della rivolta contro il Guiscardo, e probabilmente anche quello di Barletta e Salpi, viene assunto direttamente dal duca (6).

Si accennava al tema dell’identità. Nel giro di vent’anni, nella seconda metà dell’XI secolo, la prosperità economica cresce notevolmente, e i quattro centri citati da Guglielmo di Puglia divengono civitates: nel 1073 Andria, un anno dopo Bisceglie, nel 1077 Corato e nel 1089 Barletta. Progressivamente compaiono inoltre attestazioni delle cattedre episcopali o degli arcipresbiterati che confortano il nuovo rango istituzionale, e la ricchezza di questo territorio non sfugge al Nuzhat al-mushtāq fī ikhtirāq al-āfāq (Svago per chi desidera percorrere le regioni del mondo) di Idrīsī (7).

Altro tema di interesse, quello relativo all’ubicazione del castello di Andria, sul quale Ruotolo si sofferma discutendo le due tesi principali: la prima, che vuole i corpi di fabbrica del castello essere stati inglobati e rimodulati nel Palazzo ducale cinquecentesco; la seconda, che identifica il castello nell’area di Porta Castello. L’autore propende per la seconda ipotesi, fondandosi su letteratura di età moderna e su un passo particolarmente denso del Chronicon di Domenico di Gravina (8). Il notaio gravinese descrive una scena d’assedio in cui un esercito filoungherese preme sulle mura della città e in particolare sulle porte (tra le quali la «porta castelli») mentre i cittadini la difendono dall’interno e sono bersagliati dalle truppe anch’esse filoungheresi, comandate da Filippo de Sulz (il Malospirito) e attestate nel castello.

Considerando la narrazione e la topografia urbana, è molto difficile propendere con sicurezza per un’ipotesi o per l’altra. La distanza minima tra l’attuale Palazzo ducale e l’area dove insisteva Porta Castello avrebbe ben potuto essere coperta dai tiri di balestra menzionati nel Chronicon (nel Trecento la gittata delle balestre raggiungeva i 200 metri a tiro teso), e l’area del bastione accanto alla porta, individuato come castello, sembra ridotta per gli standard delle fortificazioni contemporanee; d’altro canto, alcune locuzioni della cronaca fanno effettivamente pensare a una marcata prossimità tra guarnigione ungherese e popolazione accorsa alla difesa delle mura e della porta in particolare (9). Sembrano dunque plausibili entrambe le ipotesi, e mi sembra una buona occasione per sollecitare indagini archeologiche e architettoniche indispensabili ad arricchire il paesaggio delle fonti a nostra disposizione.

Ultimo tema sul quale vorrei brevemente soffermarmi, la questione delle tombe delle regine-imperatrici sveve, accomunate dal nome, dalle preponderanti ragioni politico-diplomatiche del matrimonio e dalla morte di parto, senza dubbio sepolte nella cattedrale di Andria (10). Qui Ruotolo presenta i termini del problema in modo molto condivisibile, esponendo i motivi per cui le analisi paleopatologiche sui resti delle due casse esaminate nel 1992-1993 lasciano il dubbio sulla loro datazione, non esplicitata nella relazione scientifica di Gino Fornaciari: le sole conclusioni («L’individuo A-4 ... potrebbe essere Isabella d’Inghilterra»; «L’individuo B-1 ... potrebbe essere Iolanda di Brienne») non sono infatti dirimenti, e la ricerca storica non può che essere prudente nell’affermare ciò che si può dire («fonti alla mano», diremmo) sull’argomento.

Di grande interesse è anche la ricostruzione della tradizione e della memoria intorno a queste sepolture, intrecciate con la loro esposizione mediatica, in particolare televisiva, e la loro rielaborazione nel contesto intellettuale e sociale andriese contemporaneo.

Un’opera appassionata come questa di Ruotolo contribuisce dunque meritoriamente non solo a indagare la vicenda di una città e di un territorio tanto importante quanto carente nella documentazione superstite, ma anche a porre la discussione su binari metodologicamente avvertiti: un ulteriore tassello di una rinnovata storiografia municipalistica, aperta al confronto interdisciplinare, alle relazioni tra città e territorio, ai processi di invenzione della tradizione, con la quale la storiografia cosiddetta ‘accademica’ ha tutto l’interesse a dialogare.

Bari, 6 giugno 2023

Francesco Violante
Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”


Premessa

Anche questa mia terza “Escursione” è rivolta alle giovani generazioni andriesi affinché si possano appassionare allo studio sia degli avvenimenti che hanno interessato e plasmato la nostra città, sia delle bellezze che ancora resistono al naturale invecchiamento dovuto al tempo. L’auspicio è che guardino il tutto con senso critico, ragionando con la propria intelligenza, anche a volte sbagliando nell’interpretazione, perché questo serve ad approfondire la conoscenza e distinguere la storia dalla tradizione, dalla consuetudine e dalla leggenda.

Il titolo scelto: “Andria, escursione nella città dall’anno Mille al Milleseicento”, in sintonia con le ultime due pubblicazioni “Andria, escursione nel Territorio” e “Andria, escursione nella Lama di S. Margherita e la Grotta delle rose”, non tratta tutti gli avvenimenti che si sono succeduti nella nostra città in quel periodo, sarebbe stato un lavoro molto impegnativo per me che non sono né uno storico né uno scrittore, ma semplicemente un cultore di storia locale. In questa veste ho sviluppato solo alcuni capitoli della storia della città, non necessariamente legati fra loro, eventi studiati da tempo a seguito di ricerche che mi hanno appassionato. Pertanto, possono essere presenti anche concetti ripetuti, perché ritenuti utili e significativi per diversi eventi.

La trattazione esprime il mio modo di vedere ed indagare su alcune avvenimenti, soprattutto su alcune tradizioni che se da un lato danno prestigio alla mia città, dall’altro possono tramandare eventi che nel tempo si sono ingigantiti, a volte snaturati, finendo per diventare storia, ma storia priva di qualsiasi fondamento.

Convinto come sono che le fonti della storia non devono essere né la tradizione né le leggende, ma i documenti, ho approfondito in questo mio lavoro di ricerca solo pochi avvenimenti, legati o meno tra loro, ma pur sempre significativi per riuscire a distinguere e separare la storia dalla tradizione.

Ad esempio, la tradizione che è stata predominante dal Duecento fino a tutto l’Ottocento assicurava che il nostro Patrono San Riccardo era nato in Inghilterra nel 445 e da lì fosse venuto in Andria perché consacrato Vescovo della nostra città dal Pontefice Gelasio I nel 492, e così via, fino a scrivere che, dopo aver fondato la Chiesa andriese e logorata la vita tra le fatiche dell’Apostolato per meriti e per miracoli, passo ai trionfi immortali il 9 giugno del 537. Così ha scritto il dottore in Teologia Padre Antonio Maria Di Iorio, agostiniano, nella sua corposa opera “Vita di S. Riccardo primo Vescovo di Andria” stampato in Napoli il 1870 dalla Tipografia di Stanislao De Lella. Lo stesso Iorio conclude la sua storia su S. Riccardo con questa affermazione: Lasciando alla poesia la facoltà di pascolare nei vasti e ridenti campi dell’immaginazione, fermiamo il piè nostro nell’austero suolo della Storia.

Mai conclusione è stata così totalmente smentita, facendo diventare l’ope- ra del Di Iorio esattamente il contrario della sua affermazione finale, cioè un’opera di pura fantasia, che pascola nei vasti e ridenti campi dell’immaginazione.

Il Vescovo Mons. Giuseppe Lanave, e poi gli storici andriesi prof. Pasquale Barbangelo e Antonio Di Gioia, nel Novecento e nel primo decennio di questo secolo hanno dimostrato, documenti alla mano (come si suole dire), che gli avvenimenti sono realmente accaduti in modo totalmente diversi rispetto a quanto scritto dal Di Iorio.
Il Vescovo San Riccardo è del Dodicesimo secolo.

Mons. Giuseppe Ruotolo, Vescovo di Ugento e Santa Maria di Leuca, in un suo saggio intitolato “Il valore scientifico della Storia” edito a Milano nel 1933, scriveva: nei tempi moderni la storia non è solo narrazione, ma ha raggiunto il valore di vera scienza. Essa consiste in uno studio accurato dei fatti umani in relazione alla società nella quale si verificano. Il Bernheim, nel suo saggio pubblicato a Lipsia nel 1908, ha definito la storia come la scienza che ricerca ed espone nel loro nesso causale psico-fisico i fatti dello sviluppo dell’uomo nelle sue manifestazioni come essere sociale.

Certo nelle scienze il metodo è sperimentale, si fonda su elementi riproducibili ovunque e da chiunque, dimostrabili senza ombra di dubbio, mentre nella Storia è fondato soprattutto sulla testimonianza umana e sui documenti e, pertanto, a volte manca di precisione e costanza proprie delle leggi fisiche; però, qui c’è lo storico che deve preoccuparsi di stabilire le cause e le leggi generali degli avvenimenti per darne una spiegazione razionale.

A questi principi ho cercato di ispirarmi quando ho affrontato e narrato gli argomenti e gli avvenimenti illustrati in questo lavoro; se ci sono riuscito o meno, saranno i veri storici a confutarlo.
Io spero di aver sollecitato la curiosità scientifica dei lettori e averli invogliati ad approfondire ancora di più gli eventi.

Nei primi due capitoli mi soffermo sulla “Fondazione della città” e sulla “Formazione della città”, convinto come sono che per Andria non esiste un tempo della sua fondazione ma solo un tempo della sua formazione, avvenuta accorpando diversi villaggi che esistevano abbastanza vicini tra loro, di cui il maggiore si chiamava Andre, e cingendoli con un’estesa cinta muraria munita di bastioni, Porte e Castello di difesa.

Sono anche convinto che il primitivo circuito murario cingeva un territorio che si identifica con l’attuale centro storico. Ho cercato di riportare questo tracciato murario su di un grafico dove sono segnati i contorni delle particelle catastali dei suoli perché, quando dopo il 1799 le mura ormai fatiscenti ed inservibili furono demolite e i terreni esistenti al ridosso, compreso le fossate, furono venduti ai privati, le costruzioni su di essi realizzate hanno conservato in gran parte il confine con la linea dell’antico tracciato murario.
Una prova tangibile oggi verificabile è quella del tratto murario antico (rimaneggiato nell’Ottocento) esistente al termine di via Michele Attimonelli, tratto che segna il confine tra l’interno e l’esterno della città murata e che le mappe catastali conservano come confine di particelle catastali.

Affronto poi l’argomento delle Porte che la cinta muraria di Andria aveva e la loro funzione: trattando questo argomento giungo alla probabile conclusione che la Porta detta “Santa” non sia mai esistita.

In questa ricerca mi spingo fino alla demolizione delle Porte avvenuta nell’Ottocento e mi occupo anche della ubicazione del Castello di Andria e della sua probabile estensione, in accordo con gli storici Pietro Petrarolo e Vincenzo Zito, considerando non probabile la tesi dello storico dott. Di Gioia, convinto come sono che per questo studio la dialettica e le diverse opinioni sono fondamentali per arrivare il più possibile vicino alla verità storica.

Tratto poi della ricerca sull’autenticità dei famosi due esametri scolpiti sulle trabeazioni dell’unica Porta antica ancora esistente, Porta detta di Sant’Andrea, esametri che la tradizione attribuisce alla penna dell’Imperatore Federico II di Svevia ma che sono stati scritti per la prima volta in un manoscritto della fine del XVI secolo e che, con tutta probabilità, sono semplicemente inventati perché non documentati. Su quest’argomento vasta è la letteratura specifica che si è sviluppata a partire dal Seicento, da Capecelatro a Francesco Babudri, da Saverio Lasorsa a Raffaele Corso, e, soprattutto, da Fulvio Delle Donne che ha ritrovato in una biblioteca di Napoli l’originale e fondamentale manoscritto intitolato “Itinerario” di Camillo Tutini in cui per la prima volta si parla degli esametri attribuiti a Federico II di Svevia.

Molte volte studiando la storia che riguarda la nostra città ci imbattiamo in leggende, tradizioni e consuetudini. Penso che si possa affermare che le leggende si riferiscono ai miti, e i miti non sono esistiti; le tradizioni possono riferirsi sia ad eventi realmente esistiti, sia ad eventi nati da errori o da falsità costruite appositamente o in buona fede; le consuetudini, invece, sono legate alle abitudini di una comunità, al suo modo di vivere e comportarsi.

Ho ritenuto poi interessante indagare su un argomento importante e significativo di cui si sono occupati tutti gli storici locali, e tanti studiosi nazionali ed internazionali: la presenza nella Cripta della Cattedrale di Andria delle tombe delle due Imperatrici sveve Iolanda di Brienne ed Isabella d’Inghilterra, rispettivamente seconda e terza moglie di Federico II di Svevia.

Dopo aver approfondito quanto asserito su questo argomento dagli storici fino a tutto il 1990, parlo degli eventi avvenuti in Andria negli anni 1992-1994 relativi alla esumazione, analisi e studio scientifico dei resti mortali contenuti nelle due tombe presenti nella Cripta della Cattedrale. È stata l’occasione della verifica della tradizione alla luce dei risultati scientifici ottenuti dal prof. di Paleoanatomia Gino Fornaciari, titolare dell’Istituto di Antropologia e Paleontologia umana presso l’Università di Pisa, incaricato dell’esecuzione delle analisi scientifiche, verbalizzate dal notaio andriese dott. Nicola Lombardi.

Considerati i risultati, anche se incompleti, si giunge alla conclusione che la “congettura” avanzata dal Prevosto Pastore circa la presenza delle tombe e/o mausolei delle Imperatrici sveve nella Cripta risulta essere una tradizione ancora senza una valida conferma scientifica, mancando la determinazione dell’epoca in cui vissero gli individui i cui reperti ossei sono stati esaminati.

Negli ultimi due capitoli affronto l’argomento della cartografia storica che riguarda Andria, da me coltivato per oltre 50 anni, e tratto delle mie due pubblicazioni di vedute della città redatte alla fine del Milleseicento: la prima del 1686 è quella di Antonio di Michele, compassatore delle Dogana della mena delle pecore di Foggia, pubblicata nell’anno 2003, la seconda è la veduta prospettica della città di Andria incisa dal cartografo Cassiano De Silva alla fine del Seicento e inserita nell’opera dell’Abate Gio. Pacichelli “Il Regno di Napoli in prospettiva…” - Napoli nel 1703, da me pubblicata nel 1985; entrambe le pubblicazioni furono stampate su cartoncino 70x50.

*

Ritengo che ogni libro che si occupa di storia è conoscenza e, come tale, serve a conservare la memoria, la memoria della storia documentata, della tradizione vera e non inventata, della consuetudine che contraddistingue la cultura di una comunità.

Riccardo Ruotolo


NOTE    _

(1) R. Ruotolo, Andria. Escursione nel territorio, Andria 2021.

(2) A. Di Gioia, La contea di Andria in età normanno-sveva. Conti e vescovi con documenti del XII secolo sottoscritti dal vescovo inglese Riccardo in Terrasanta, Andria 2018.

(3) Ad esempio, P. Barbangelo, Andria nel Medioevo. Da locus romano-longobardo a contea normanna, Andria 1985.

(4) Guillaume de Pouille, La geste de Robert Guiscard, ed. M. Mathieu, Palermo 1961, II, vv. 30-31, p. 132, nonché II, vv. 397-400, p. 186 sulle mura di Andria.

(5) P. Delogu, I Normanni in città. Schemi politici ed urbanistici, in Società, potere e popolo nell’età di Ruggero II, Atti delle terze giornate normanno-sveve (Bari, 23-25 maggio 1977), pp. 173-205 e V. Loré, I villaggi nell’Italia meridionale (secoli IX-XI): problemi di definizione, in Paesaggi, comunità, villaggi medievali, Atti del convegno internazionale di studio (Bologna, 14-16 gennaio 2010), a cura di P. Galetti, Fondazione Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 2012, pp. 535-546.

(6) Su queste questioni si veda V. Rivera Magos, Milites Baroli. Signori e poteri a Barletta tra XII e XIII secolo, Napoli 2020, passim.

(7) Idrīsī, La première géographie de l’Occident, a cura di H. Bresc, A. Nef, Paris 1999, p. 383.

(8) Domenico di Gravina, Chronicon, edizione critica, traduzione e commento a cura di F. Delle Donne, con la collaborazione di V. Rivera Magos, F. Violante, M. Zabbia, Firenze 2023 [Edizione nazionale dei testi mediolatini d’Italia, 65; ser. II, 32], LVII.1 – LVII.7, pp. 508-519.

(9) Ad es. ivi, LVII. 33, p. 514: «Erat autem dominus Malispiritus supra castrum in altum in auxilium quasi hominum civitatis».

(10) 10 Fulvio Delle Donne, Isabella (Jolanda) di Brienne, regina di Gerusalemme e di Sicilia, imperatrice, in Dizionario biografico degli Italiani, 62, Roma 2004, ad vocem; Id., Isabella d’Inghilterra, regina di Sicilia, imperatrice, ibidem.