il presbiterio

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Il Presbiterio

"...tra il 1463 e il 1494 ... abbattuta la vecchia abside, se ne ricavò un nuovo spazio presbiteriale, ampio, luminoso, sollevato e di grande respiro, in continuità spaziale con il transetto. Fu necessario perciò innalzare quell'arco imponente e ardito di Guadagno (1494). Fu eretta poi l'abside nuova, incorniciando (la soluzione, anche qui non poteva essere che, necessariamente, ogivale) lo spazio absidale, che chiudeva il coro con un nuovo grande arco ogivale che si imposta sulle due colonne addossate: all'inserzione dell'arco appaiono finalmente, nella fabbrica, due capitelli.
Il presbiterio presenta anormalità caratteristiche: è di una ampiezza straordinaria e l'asse del coro è inclinato rispetto a quello della navata centrale. Se sia imperizia del costruttore o se ciò sia dettato da alcune esigenze di rispetto per gli spazi del Palazzo del duca ch'era alle spalle, o se l'inclinazione possa avere valore emblematico (‘et inclinato capite tradidit spiritum’, Gv 19), è questione difficile a risolversi. Il significato simbolico, allusivo al Cristo morente, costituisce però per Andria una tradizione; e può essere rispettato, anche in relazione al fatto - documentato - che il Vescovo Florio, committente del vano presbiteriale, aveva previsto che il Crocifisso fosse sollevato proprio lì, nel presbiterio (hic), ‘nel punto più alto’. ‘Hìc Chrìstum in mediò suspèndit culmine tèmpli sànguine quì lavìt crìmina nòstra suo’. [R.D'Urso, Storia di Andria, libro VI, cap. III, pag. 114]"
[tratto da "Diocesi di Andria ANNUARIO 1992", di AA.VV, Grafiche Guglielmi, Andria, 1992, pagg. 154-155].

Sull'ingresso alla sacrestia a sinistra dell'abside dal 1938, quando era in demolizione la Chiesa della SS. Trinità annessa al monastero delle Benedettine, è applicato il portale che un tempo abbelliva l'ingresso alla Cappella della Natività, il cui ingresso si trovava sulla parete destra del presbiterio, ma murato quando tale ambiente divenne proprietà del Duca Carafa.

La data dello spostamento di questo pregevole portale cinquecentesco si rileva da diversi documenti, tra i quali una lettera del Soprintendente alle Opere di Antichità e d'Arte della Puglia, Nello Tarchiani, al vescovo, mons. Paolo Rostagno, inviata il 25 febbraio 1938: "... in merito alla sistemazione del Presbiterio della Cattedrale con gli altari marmorei e l'altra marmorea suppellettile appartenente alla soppressa Chiesa delle Benedettine, credo utile precisare quanto fu concordemente stabilito, e cioè:
che l'altare maggiore venga rimontato come si sta facendo, al posto dell'altare maggiore già esistente nella Cattedrale; che gli altari minori siano collocati, con i loro prospetti marmorei, al centro delle pareti laterali; mentre acquasantiere e comunichini andranno dove le esigenze liturgiche lo permetteranno. S'intende che, per ciò fare, sarà smontato e rimontato dal lato della Sagrestia il prospetto in pietra (già porta) ove era il Crocifisso."
      È da tener presente che la scelta di porre tali opere marmoree in Cattedrale fu determinata soprattutto dal fatto che a quel tempo il suo arredo era barocco. Scriveva infatti il suddetto Soprintendente al Ministero della Educazione Nazionale il 22/02/1938: "Poiché era soprattutto necessario di non disperdere tale suppellettile marmorea, tutta quanta di un medesimo stile e d'ugual fattura, dopo ricerche e prove, di pieno accordo con S. E. Rev.ma Mons. Vescovo, col Podestà [Consalvo Ceci], e con il R. Ispettore Onorario [Pasquale Cafaro] - che è persona di larga cultura e di molta esperienza - si sarebbe venuti nella determinazione di ricollocare i tre altari e gli altri minori oggetti marmorei nel vasto presbiterio della Cattedrale, ricostituendovi un ricco insieme barocco, che si intona perfettamente con l'ultimo rifacimento e la esistente decorazione del Duomo di Andria, che di normanno non conserva quasi più niente, e ben poco delle epoche successive; che si presenta oggi disarmonico per i varii rifacimenti e ingrandimenti subiti; e che solo nel presbiterio, sia per la balaustrata che lo chiude, sia per gli stucchi dei muri, che pel soffitto offre una qualche unità di schietto stile barocco. Si aggiunga che l'altare esistente prima dell'incendio del 1916 era un altare barocco, ma di lavoro meno fine e di minor preziosità di marmi che non è quello già della Chiesa delle Benedettine." [1]
Tali altari sono stati poi rimossi dalla Cattedrale in varie epoche: il laterale sinistro fu ricostruito come maggiore nella chiesa del Carmine nel 1939, in occasione del centenario del Seminario in tale sede; il laterale destro nella nuova Chiesa del Sacro Cuore alla sua costruzione, nel 1952;  quello maggiore ricostruito nella Basilica della Madonna dei Miracoli, durante i restauri della Cattedrale degli anni Sessanta (conclusi nel 1965), epoca in cui furono rimosse quasi tutte le sovrastrutture barocche e fu realizzato un nuovo altare maggiore.

NOTA

[1] I documenti citati provengono da una accurata, onerosa e proficua ricerca svolta dall'arch. Rosangela Laera presso l'Archivio Comunale e l'archivio della Sovrintendenza per i Beni Architettonici.

A destra dell'abside, c'è una cappella un tempo dedicata al SS. Sacramento, poi dal 1826 murata, chiusa con una porta e utilizzata come deposito di attrezzi liturgici [vedi la foto del presbiterio dei primi del Novecento]; finalmente nel 1910, ristrutturata, fu destinata ad accogliere ed esporre la Sacra Spina.

I muri Nord e Sud del presbiterio sono arredati con
- la pietra tombale di Beatrice D'Angiò sormontata dallo stemma dei Del Balzo-D'Angiò, posta sulla destra presso la Cappella della Sacra Spina;
- una acquasantiera in commeso di marmi policromi (gemella di quella posta all'inizio della navata sinistra e proveniente dalla demolita chiesa della Trinità che sorgeva, fino ai primi del 1939, presso la Cattedrale), posta sulla sinistra presso l'ingresso alla sagrestia capitolare;
- due comunichini, anch'essi in commesso di marmi policromi, provenienti dalla stessa chiesa della Trinità e posti sulle paraste del grande arco d'ingresso del Guadagno;


Sulle pareti laterali del presbiterio sono affisse due grandi tele: a destra quella dell'Immacolata tra San Gennaro e San Riccardo, a sinistra quella della Madonna del Suffragio, tra San Sebastiano e Santo Stefano protomartire. Queste due tele, originariamente, abbellivano le pareti della seconda cappella di sinistra, quando era dedicata agli Agonizzanti.

Immacolata in S. Maria del Carmine a Barletta

In merito alla tela dell'Immacolata tra S. Gennaro e S. Riccardo, il dott. Ruggiero Doronzo, coautore del sotto citato testo, nel suo saggio "La produzione pugliese di Cesare Fracanzano", ipotizzandola come un'opera di un allievo di Cesare Fracanzano, scrive:
"Quella di Cesare [Fracanzano] è una produzione a cui molti altri hanno guardato, da Carlo Rosa a Nicola Gliri e Francesco Antonio Altobello, per giungere a Luca Giordano e Angelo Solimena ed è questa l’occasione per segnalare la presenza nella cattedrale di Santa Maria Assunta ad Andria di un’Immacolata Concezione con i Santi Gennaro e Riccardo ... . Riproponendo fedelmente il dipinto dell’Immacolata Concezione con San Francesco d’Assisi e il beato Giovanni Duns Scoto in Santa Maria del Carmine a Barletta [immagine a sinistra ripresa dal testo citato, tav.73], l’esecuzione della tela andriese spetterebbe ad un allievo dotato di una certa sensibilità. Unica differenza, ma soltanto in fatto di soggetti perché la posa con cui sono ritratti è la stessa, è la presenza dei Santi Gennaro e Riccardo inginocchiati su dei banchi di nuvole ai piedi dell’Immacolata. Poiché dell’Immacolata Concezione con i Santi Gennaro e Riccardo si ha notizia a partire dal 1694, secondo quanto riportato nella Visita pastorale condotta in quella data dal vescovo Francesco Antonio Triveri, è facile intuire come si possa essere anche abbastanza lontani dal 1652, anno della morte di Cesare. Tutto questo ci porta a riflettere su quanto copioso sia stato il fenomeno della produzione seriale nella sua accezione più devota."

[tratto da “Cesare Fracanzano - opera completa” di Achille della Ragione e Ruggiero Doronzo, Ed. Napoli Arte, Napoli, 2014, pagg. 38-39, 86]

Del quadro della Madonna del Carmelo, (o del suffragio) abbiamo due citazioni documentarie: una è scritta da Mons. Merra a pag. 521 del vol. II delle "Monografie Andriesi", l'altra è una sintetica documentazione storica elaborata dal prof. Vincenzo Schiavone nel 1997 nell'opuscolo sotto citato.

Afferma il Merra: “Circa l’anno 1610 anche nella Chiesa Cattedrale, una Cappella, posta sotto l’invocazione di S. Sebastiano, fu dedicata a Maria del monte Carmelo. Si fece un quadro molto bello per mano di un non mediocre pittore, chiamato mastro Andrea, con a destra e sinistra i Santi Stefano, e Sebastiano Martiri, e si cominciò, con eguale, anzi maggiore lusso, nel medesimo giorno a solennizzarne la festa [della Madonna del Carmine].”

Scrive il prof. Schiavone: “Il presbiterio della Cattedrale non è la sede originaria del dipinto. Esso proviene dalla Confraternita degli Agonizzanti che il Vescovo di Andria Luca Antonio Resta istituì, alla fine del Cinquecento, nella Chiesa Cattedrale per istruire - con i laici - i sacerdoti della Cattedrale nell'esercizio pratico dell'assistenza ai moribondi. La seconda Cappella a sinistra di chi entra nel Duomo, che era stata intitolata in origine a San Sebastiano, fu allora dedicata alla Vergine del Carmelo, speciale protettrice dei moribondi. La Cappella. prolungata poi nel Seicento sul giardino del Palazzo Vescovile e divenuta così l'attuale Oratorio della Cattedrale, fu per lungo tempo anche sede della Confraternita degli Agonizzanti che fu perciò committente del grande quadro ora restaurato e lo fece collocare dietro l'altare. Ma di là lo fece rimuovere, con un Decreto del 1929, il Vescovo milanese Alessandro Macchi, perchè la Cattedrale avesse una Cappella più decorosa, che abbellì, benedisse e dedicò «al Venerabile Sacramento dell'Altare», com'egli stesso dettò nello stesso anno nella lapide scoperta sulla porta [2].
La Vergine è dipinta in alto con il Bambino, nella tradizionale raffigurazione di Maria Santissima del Monte Carmelo a cui si ispirarono le Confraternite dedicate alle Anime Sante del Purgatorio, rappresentate qui al centro della tela avvolte dalle fiamme. Fu la devozione più diffusa e popolare dopo il Concilio di Trento, grazie anche alla predicazione e all'impegno teologico dei Gesuiti.
Con la Madonna, qui intermediaria di salvezza, sono raffigurati ai lati del dipinto due Santi: San Sebastiano trafitto dalle frecce a sinistra e, a destra, Santo Stefano, il Diacono protomartire del Cristianesimo, protettore di Montemilone. Poichè nel 1818 fu annesso anche ad Andria il territorio della Diocesi di Canosa ed incorporato il Vescovado di Minervino, ciò ci permette di datare il dipinto, che non può essere anteriore al secondo decennio dell'Ottocento.
Anche San Sebastiano viene qui rappresentato quale Patrono della città di Andria [3]. Sullo sfondo del Santo trafitto dalle frecce è dipinta infatti la Cattedrale e la Porta di S. Andrea.
NOTE (della citazione)
[2] Visita Pastorale di Mons. A. Macchi (1929), Archivio Diocesano Andria.
[3] R. D'Urso, Storia della Città di Andria, Napoli, 1842, pagg. 148-150.

[testo tratto da "Sant'Andrea delle Grotte «primissima cattedrale di Andria»?", di V. Schiavone, Tip. Grafiche Guglielmi, Andria, 1997, pag.5]


capitello-mensole che reggono il quadro dell'Immacolata
Del secolo XII e degne di attenzione sono le due mensole che reggono il quadro dell'Immacolata.
Si tratta di un capitello a stampella segato in due parti uguali e riscalpellato forse in età rinascimentale.
Su un lato si sviluppa un motivo a nastro piatto che si avvolge a spirale, mentre sull'altro lato ci sono due ovini dalle forme rigide e alterate.
Le parti frontali si differenziano: la mensola di sinistra è decorata da due cerchi con raggi al centro, quella di destra ha una foglia di felce.
[foto mensole e testo tratti da "La Cattedrale di Andria", Filomena Lorizzo, tip. S.Paolo, Andria, 2000, pag. 78]

Con i restauri terminati nel 2008 nel presbiterio sono stati edificate tre nuove strutture, opere dello scultore Luigi Enzo Mattei:
- un altare in breccia corallina ai cui piedi è inserita l'urna (progettata dal Can. Don Gianni Agresti) con le reliquie di San Riccardo, al centro presso l'abside;
- la sede episcopale in pietra tra l'ingresso della sacrestia e l'abside;
- un ambone per le sacre letture con portacero pasquale, sul limite centro-destro della gradinata di salita dal transetto.

Prima dell'incendio avvenuto nel 1916 nel presbiterio sorgeva maestoso un pregevole altare di Jacobo Colombo e, sulla destra, addossato al muro sud, un abaco o credenza realizzata sul modello dell'altare maggiore.